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Utili idioti e libertarismo di facciata

 

La notizia è grave. Pare che la nostra cultura liberale e democratica sia a rischio. C’è da perdere la tranquillità, perché, a sentire voci ben informate, ad essere  ormai minate irrimediabilmente sarebbero le stesse fondamenta della democrazia, cioè la libertà di pensiero e di culto. La funesta novella ci viene da gruppi di varia spiritualità e di terapie alternative. Sono loro i paladini, l’ultima trincea contro il dilagare del totalitarismo razionalista e del potere costituito dei culti maggioritari. Buffo, però. Infatti, le libertà rivendicate dai movimenti che i loro maligni avversari non esitano a definire “sette” sono proprio l’apporto fondante e l’eredità principale di quel razionalismo illuminista che in genere essi aborrono come un dogma totalitario. Quanto alla libertà di pensiero, di espressione o d’azione garantita al proprio interno, non sono pochi coloro i quali nutrono dubbi e perplessità sulle garanzie offerte da questi gruppi. Non a caso, la questione nasce proprio dal fatto che molti fra questi aggregati vengono riconosciuti come “gruppi coercitivi” e “culti distruttivi” dai movimenti “anti-sette”. Questi ultimi, nella loro funzione di individuazione e censura di abusi e coercizioni che ritengono perpetrati da alcuni di questi gruppi, sono stigmatizzati da qualcuno come la “setta degli anti-sette”. La questione fu posta con magnifica sintesi da uno dei giganti del pensiero liberale, Gaetano Salvemini. Il grande filosofo pugliese notava che “Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale”1. Un paradigma, questo, la cui assoluta rispondenza al vero non lascia spazio alla discussione, e non solo quando i chierici sono quelli delle religioni ufficiali, anzi, perfino quando questi non sono neppure intesi nel tradizionale senso religioso. L’etichetta “clericale”, infatti, può estendersi a racchiudere tutti i convinti portatori di verità di fede. Che si intende, invece, per “principio liberale”? Si intende quel fondamento delle democrazie occidentali che definisce la cornice entro cui si svolge la vita sociale nella modernità. Libertá, tolleranza, eguaglianza ne sono i precetti fondanti. Questa la “societá aperta” come ce l’ha descritta Popper. La  “laicitá” che dovrebbe caratterizzare le moderne democrazie é dunque quella disposizione culturale che si declina tramite le libertá di pensiero e di culto, quelle giustamente rivendicate dagli odierni gruppi spirituali minoritari. Infatti, una società realmente aperta tollera delle piccole società chiuse al suo interno. Vero discrimine fra il tollerante e il dogmatico é, in definitiva, il seguente: il “laico” vive  le proprie concezioni politiche, religiose o morali in modo intimo, il dogmatico, ritenendo di possedere una Veritá unica e insindacabile, non si accontenta di coltivare la propria superioritá morale o intellettuale, ma tende alla missione salvifica nei confronti del resto del mondo. In definitiva, il coercitivo decide per sé e anche per gli altri, il liberale e il libertario solo per sé stesso. Il ruolo del “clericale” può essere, allora, giocato tanto dal potere costituito quanto da gruppi minoritari. Pertanto, se i gruppi di varia spiritualità fossero perseguiti in quanto le loro credenze, i loro usi e costumi, le loro idee politiche,  estetiche  o quant’altro non fossero ritenute ortodosse da un potere che si pretende depositario del Giusto, avrebbero piena ragione a lamentare il non rispetto del principio della libertà personale e di associazione. Coercitivo sarebbe lo stato, la religione dominante, la psicoterapia accademica, ecc. , perché intende agire in nome di una verità da imporsi. Ma così non è. Fatto è che, giocando su una simile lettura, gli esponenti di tali gruppi hanno deciso di salire su un carro non sempre a loro congeniale, quello dei difensori dei diritti civili, guadagnando una agguerrita scorta di difensori e qualche cavalier servente. Questa opera di strumentalizzazione, mirata a fare di degnissime associazioni e partiti il cavallo di Troia atto a veicolare rivendicazioni di dignità e la cassa di risonanza per paradossali proclami libertari pro domo propria, può avvenire solo grazie a un misto di fumo ideologico e totale ignoranza dei fatti. Fumo e ignoranza non equamente distribuiti, essendo il primo sollevato soprattutto dai rappresentati dei culti, mentre la seconda è qualità inconsapevolmente posseduta soprattutto da alcuni volenterosi difensori di questa laicità pret-à-porter. Ignoranza di cosa? Di una quantità di cose che tende all’infinito. Limitiamoci a quelle più salienti. Si ignora, per esempio, che da alcuni studiosi è stata proposta la distinzione fra movimenti “contro le sette” e movimenti “anti sette”. Nelle parole di uno degli eminenti studiosi a cui si deve tale suddivisione, linguisticamente insensata, ma ormai invalsa nel gergo “tecnico”,

(…) i movimenti contro le sette sono composti quasi esclusivamente di cristiani (…) [mentre] Nei movimenti anti-sette figurano spesso, in posizione preminente, professionisti della psichiatria e del diritto senza affiliazione religiosa o anche francamente laicisti.2

Questa, dunque, la differenza in termini di costituzione, da cui discende una più importante differenza culturale ed operativa. Continua, infatti, l’eminente studioso:

I criteri soggettivi non sono pertanto decisivi per distinguere fra movimenti anti-sette e contro le sette, e occorre far ricorso a criteri oggettivi. La caratteristica principale — e lo slogan più ripetuto — dei movimenti anti-sette è che si occupano soltanto di comportamenti, di deeds, e non di credenze, di creeds. Purché il comportamento dei gruppi religiosi non sia “socialmente nocivo”, i movimenti anti-sette proclamano la loro tolleranza nei confronti di qualunque opinione teologica.

E’ bene rileggere l’ultimo rigo: Purché il comportamento dei gruppi religiosi non sia “socialmente nocivo”, i movimenti anti-sette proclamano la loro tolleranza nei confronti di qualunque opinione teologica. Lo dice lui.Se ne deduce che ad essere oggetto delle attenzioni di questi movimenti non sono i culti o i gruppi di terapia alternativi in quanto tali (creeds), ma solo quelli nocivi (deeds). Vediamo cosa ci dice, invece, l’autore a proposito dei movimenti “contro le sette”:

I movimenti contro le sette su questi punti hanno una posizione diametralmente opposta: rifiutano di distinguere fra deeds e creeds, sostenendo che la falsa credenza — l’eresia — viola la legge di Dio e si trova comunque alle radici del comportamento discutibile, che talora viola la legge degli uomini.

Ciò chiarito, non dovrebbe neppure essere il caso di chiedersi con gli esponenti di quale di questi modi di intendere il contrasto alle sette i laici e i difensori dei diritti civili potrebbero sentirsi più a disagio. Invece, causa il fumo e l’ignoranza, ci tocca domandarcelo. Infatti, abbiamo ora la ventura di assistere ad uno spettacolo realmente insano, quello di sinceri libertari che, non solo corrono in difesa di culti che potrebbero essere illiberali e nocivi, ma lo fanno schierandosi accanto ai fautori più noti dei movimenti confessionali “contro le sette”. Questi studiosi cristiani che, per loro ammissione stabiliscono cosa sia una setta o meno su basi esclusivamente teologica, sono, infatti, anch’essi balzati sul carro laicista e libertario per difendere i gruppi di spiritualità dall’attacco dei biechi “anti sette”. Promiscuità culturale, confusione mentale, contorsione logica. Anche questo sembrano ignorare i nostri templari della laicità. E’ chiaro che per arrivare ad esser spettatori di una simile mostruosa chimera sia necessario l’accecante fumo ideologico e che, per alzare tale fumo, la questione debba essere posta nei termini di una minaccia alla libertà di culto e di espressione che i movimenti “anti sette” non intendono minimamente mettere in discussione. Un vero specchietto per le allodole. Si potrà poi discutere sul concetto di “nocività sociale” o sulla scientificità di quello di “manipolazione mentale” (a cui i gruppi “contro le sette” negano dignità di esistenza) ma non si può ignorare che esistono anche gruppi coercitivi, congreghe che commettono reati e sfruttano i loro adepti, per cui non si può pregiudizialmente bollare come attacchi alla libertà religiosa ogni censura. Se ne dovrebbe essere consapevoli, ma, lo abbiamo detto, questa è una storia in cui ignoranza e inconsapevolezza giocano un ruolo centrale. Particolarmente grave, per esempio, è non considerare l’elementare definizione di uno dei pilastri del pensiero libertario, Lysander Spooner, sulla differenza fra vizi e crimini. Scrisse l’avvocato abolizionista:

I vizi sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia se stesso o i suoi averi.

I crimini sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia la persona o gli averi di un altro3.

Da laico, potrò anche pensare che chi aderisce a pratiche che non condivido possa star danneggiando se stesso e limitando la propria libertà, ma il suo comportamento sarà equiparabile, per estensione, al “vizio” di cui parla Spooner (“I vizi sono semplicemente gli errori che un uomo commette nella ricerca della propria felicità. A differenza dei crimini, essi non implicano malvagità nei confronti degli altri né alcuna interferenza con la loro persona o i loro averi.”). Mi guarderò bene dall’intervenire con foga missionaria per portarlo su una supposta retta via. Il libertario rispetta le scelte personali. Se, invece, sospetto che un individuo patisce per volere di altri, sento di dover agire per evitare il perpetrarsi e il perpetuarsi di un crimine. Ecco il senso di “deeds not creeds”. La definizione del limite oltre il quale una scelta non è più “libera” è sicuramente il punto dolente della discussione, ma ciò non toglie che non si debba mai prescindere da questa differenziazione. Confondere vizi e crimini è cosa che i culti maggioritari tendono a fare, pretendendo talvolta la perseguibilità dei “vizi” – come avviene nelle teocrazie islamiche – ma ignorare i crimini e considerarli alla stregua di vizi, latu sensu, cioè di semplici originalità di comportamento dotate di diritto d’espressione e a cui si debba una difesa pregiudiziale, è un errore mortale proprio per la società democratica e liberale.

Dr. Luigi Corvaglia

 

 

1 da Memorie di un fuoriuscito, a cura di Gaetano Arfè, Feltrinelli, Milano 1960

 

2 Introvigne, M., Il movimento “anti-sette” laico e il movimento “contro le sette” religioso: strani compagni di viaggio o futuri nemici?, Cristianità, n. 217 (1993) http://www.alleanzacattolica.org/indici/dichiarazioni/introvignem217.htm

 

3 Spooner, L., I vizi non sono crimini, Liberilibri, Macerata, 1998, p.3