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Lezioni da Jonestown

By MELISSA DITTMANN

Monitor Staff APA

November 2003, Vol 34, No. 10 Print version: page 36

 

 

Il suicidio di massa dei seguaci del Tempio del Popolo, 25 anni fa insegna agli psicologi che cosa accade quando la psicologia sociale è posta nelle mani sbagliate.

Nel mezzo della giungla della Guyana, nel Sud America, quasi 1.000 persone hanno bevuto una porzione letale di cianuro e sono morte, seguendo gli ordini del loro capo, Jim Jones. Madri e padri hanno dato la bevanda mortale ai loro figli e poi l’hanno bevuta essi stessi. La gente urlava. I corpi tremavano. E nel giro di pochi minuti il 18 Novembre 1978 , 912 persone sono morte.

 

 

I seguaci di Jones erano originariamente venuti alla comunità della Guyana, nota come Jonestown, alla ricerca di un paradiso e di una fuga dal razzismo e dalle persecuzioni degli Stati Uniti. Invece trovarono qualcosa che assomigliava a un campo di concentramento in cui lavoravano per lunghe ore, con poco cibo e molti abusi, così come coloro che sono fuggiti da Jonestown hanno riferito.

Venticinque anni più tardi, gli psicologi sociali continuano a esaminare come  Jones abbia potuto avere tale enorme influenza sui pensieri e sulle azioni dei suoi seguaci. Jonestown, dicono, offre lezioni importanti per la psicologia, come il potere di influenze situazionali e sociali e le conseguenze di un leader che usa queste influenze per manipolare in maniera distruttiva il comportamento altrui.

 

 

Più preoccupante, forse, è che da Jones sembrano essere derivate ​​alcune delle tecniche di ricerca degli psicologi sociali, sollevando dubbi circa l’etica della ricerca e la direzione futura della ricerca sui culti –  sostiene Philip G. Zimbardo , PhD , ex- presidente dell’APA e professore di psicologia presso la Stanford University.

 

Dr. Philip Zimbardo ex presidente dell’APA

 

Proprio da una ricerca inedita , Zimbardo ha scoperto che Jones ha molto probabilmente  acquisito la sua capacità di convincere da un famoso pensatore sociale: George Orwell.

Durante 25 anni di ricerche e interviste con i sopravvissuti di Jonestown, Zimbardo ha trovato analogie tra le tecniche di controllo mentale usate da Jones a Jonestown – ovvero sofisticati tipi di acquiescienza , conformità e obbedienza – e quelle descritte nel libro di fantascienza di Orwell  “1984.

Nel libro  Orwell fornisce un modello per la resistenza,  come quando il suo protagonista, Winston Smith, si ribella  contro un sistema partitico onnipotente.

 

 

 

Film 1984

 

 

Sebbene  “1984” sia un prodotto di fantascienza, Orwell possedeva una profonda conoscenza dei processi di influenza della psicologia sociale e le sue raffigurazioni di controllo mentale sono state utilizzate in modo sistematico ed efficace da leader di sette, secondo Zimbardo.

Altri sono d’accordo con Zimbardo sul fatto che tali risultati sollevano questioni etiche per gli psicologi sociali, dato che artisti del calibro di Jones attingono a principi di psicologia sociale e li usano per danneggiare, come sostiene Robert Cialdini , PhD , ricercatore dell’influenza e professore  di Psicologia presso l’Arizona State University.

Prof. Robert Cialdini

 

Le fonti di influenza possono essere come dinamite – possono essere utilizzati per il bene o per il male“, afferma Cialdini. “Gli scienziati sociali devono prestare più attenzione non solo all’efficacia delle strategie che studiamo e che scopriamo, ma anche alle conseguenze etiche dell’uso di questi principi e di queste pratiche

Egli  e Zimbardo sostengono anche che gli  psicologi sociali e di altri ricercatori di culti devono forgiare nuove linee di ricerca sulla falsa applicazione dei risultati della psicologia sociale, così come sui loro usi prosociali.

 

 

Il cervello

 

 

Di fatto, Jonestown dovrebbe servire come monito per la comunità psicologia sociale per  quello che può accadere quando i principi di influenza sono abusati dai leader di un’organizzazione, sostiene Zimbardo .

Da quanto è stato rinvenuto da Zimbardo, Jones, che ha agito come pastore del Tempio del Popolo, aveva studiato il sistema di Orwell del controllo mentale descritto in “1984” e aveva  commissionato un brano che i suoi seguaci erano obbligati a cantare a Jonestown circa l’avvento del 1984.

Alcune delle tecniche di controllo mentale descritte da Orwell in “1984” che i metodi paralleli utilizzati da Jones includono vi sono:

“Il Grande fratello ti sta guardando”.  Jones ha usato questa idea per guadagnare la fedeltà dei suoi seguaci. Ha ottenuto che i seguaci si spiassero l’un l’altro e ha fatto si che degli autoparlanti inviassero messaggi  in modo tale che la sua voce fosse sempre presente mentre i suoi seguaci lavoravano, dormivano e mangiavano, afferma Zimbardo .

Auto-incriminazione. Jones ha incaricato i seguaci di rendergli dichiarazioni scritte sulle loro paure ed errori e poi, quando gli hanno disubbidito, ha usato queste informazioni per umiliarli o sottoporli alle loro peggiori paure durante le riunioni pubbliche. In “1984” la resistenza del personaggio principale è venuta meno quando egli è stato sottoposto alla sua peggiore paura di essere ricoperto di ratti.

Induzione al suicidio. Il protagonista di Orwell sosteneva che  “la cosa giusta era di uccidere se stessi prima che arrivasse una minaccia di guerra“. I seguaci di Jones facevano esercitazioni pratiche di suicidio fino al dell’evento vero e proprio che li coinvolse nel suicidio di massa.

Distorcendo la percezione della gente. Jones ha offuscato il rapporto tra le parole e la realtà, per esempio, imponendo ai suoi seguaci di rendergli grazie ogni giorno per il buon cibo e per il lavoro , eppure la gente era affamata e lavorava sei giorni e mezzo a settimana, afferma Zimbardo . Allo stesso modo, Orwell ha descritto tale tecnica, definendola col termine “politichese“.

Per padroneggiare queste tecniche di controllo mentale, Jones è stato in grado di ottenere obbedienza e  fedeltà dai seguaci, afferma Zimbardo. Jim Jones è probabilmente il leader del culto più carismatico dei tempi moderni, a causa del suo carisma, della sua oratoria, del suo sexy appeal, del suo dinamismo e della sua partecipazione totale nel controllo di ogni membro del suo gruppo , spiega.

 

Conformità irragionevole

Queste tecniche di controllo mentale, insieme con la creazione di un nuovo ambiente sociale  permettono a  Jones  una forte influenza sui suoi seguaci, sostiene Zimbardo .

Molto probabilmente  Jones, attraverso la sua naturale comprensione della psicologia sociale, conosceva il modo per ottenere una forte influenza sui suoi seguaci che era quello di spostarli dal loro ambiente urbano americano a una giungla sudamericana remota, generando incertezza nel loro nuovo ambiente, sostiene Cialdini. E quando le persone sono insicure, guardano ad altri decidere cosa fare, come la ricerca ha dimostrato. Zimbardo osserva che le persone sono particolarmente vulnerabili quando si trovano in un ambiente nuovo, si sentono soli o scollegati.

Quando credi che non può accadere a te, è in quel momento che truffatori o membri di cultoine approfittano, perché allora non sei  vigile ai piccoli stratagemmi situazionali che possono essere usati” spiega Zimbardo.

 

La psicologia sociale ha dimostrato il “potere della folla ” per decenni. Ad esempio, nel 1960  gli psicologi PhD Stanley Milgram ,  PhD Leonard Bickman , e PhD Lawrence Berkowitz hanno  dimostrato l’influenza sociale attraverso  un gruppo di persone su un affollato marciapiede di New York City con lo sguardo verso nulla nel cielo. Quando un uomo alzò gli occhi davanti a nulla , solo il 4 per cento dei passanti lo imitò. Quando cinque persone stavano sul marciapiede a guardare niente , il 18 per cento dei passanti si unì a loro. E quando un gruppo di 15 guardò verso l’alto, il 40 per cento dei passanti vi aderì, fermando il traffico in un minuto.

 

The wave. Esempio di influenza sociale

 

Come hanno fatto altri leader di culto, Jim Jones ha usato questo “potere della folla”  per influenzare e controllare il comportamento altrui, l’intelletto, i pensieri e le emozioni, sostiene Steven Hassan, un consulente di salute mentale,  con specializzazione di consulente per la libertà del membro e un ex membro di gruppo egli stesso. Questo include l’organizzazione di  norme e regolamenti rigidi, volti a distorcere le informazioni, l’uso di  trance ipnotica  e l’ingenerazione di sensi di colpa e di paura tra i seguaci.

 

Sensibilizzazione

Tuttavia, nonostante Jonestown , molti psicologi sociali rimangono all’oscuro dell’impatto psicologico delle tecniche di controllo mentale, spesso chiarito dalla ricerca in psicologia sociale, che i culti usano per reclutare e trattenere i membri, sostiene Zimbardo. Molti psicologi rimangono scettici sul fatto che il comportamento sia intenzionalmente controllato da queste organizzazioni, piuttosto credono che le persone si uniscano  ai culti di loro spontanea volontà, come fanno con i gruppi religiosi tradizionali.

Coloro che studiano le sette , invece, sostengono che gli psicologi hanno bisogno di studiare come le sette abusano della ricerca della psicologia sociale. Sono necessari anche gli psicologi per sviluppare trattamenti efficaci per le vittime dei culti,  per aiutarli a liberarsi dall’influenza di un culto prima che sia troppo tardi, in modo che, in casi come Jonestown, la storia non si ripeta.

 

Dr. Steven Hassan

E’ scioccante per me che così tante persone oggi non hanno nemmeno sentito parlare di Jonestown“, dice Hassan . Eppure, Hassan osserva gli effetti psicologici duraturi ogni giorno nel suo lavoro con le ex vittime di culto, ed egli sostiene che i culti sono sempre più potenti e più furbi nei loro inganni, spesso utilizzando i risultati della ricerca psicologica,  mentre il pubblico rimane in gran parte inconsapevole di tutto questo.

Se l’intenzione dei  culti è quella di abusare delle lezioni di psicologia sociale, gli psicologi devono studiare come essi lo fanno, sostiene Cialdini . È necessaria una maggiore attenzione alla ricerca e al lavoro con le vittime dei culti, aggiunge Hassan. Ad esempio, gli psicologi hanno bisogno di una formazione specifica per lavorare con gli ex membri di setta, che spesso soffrono di disturbi dissociativi o di panico, spiega.

Ci sono un sacco di persone che soffrono” – afferma Hassan –  “e hanno bisogno del nostro aiuto“.

Further Reading

  • Cialdini, R.B. (2001). Influence: Science and practice (4th ed.). Boston: Allyn & Bacon.
  • Hassan, S. (2000). Releasing the bonds: Empowering people to thrive for themselves. Somerville, Mass.: Freedom of Mind Press.
  • Singer, M.T. (2003). Cults in our midst: The continuing fight against their hidden menace. San Francisco: Jossey-Bass.
  • Zimbardo, P. (1997). What messages are behind today’s cults? APA Monitor, 28(5), 14.

ON THE WEB

Fonte: http://www.apa.org/monitor/nov03/jonestown.aspx

 

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Traduzione di Lorita Tinelli (Affiliata Internazionale APA)

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

Gli articoli apparsi su questo blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla e  che si specifichi la fonte

 

Diventare adepto di una setta

A cura della Dott.ssa Serena Giacomin

Nel corso della storia, molte sono state le sette, di varia tipologia, che sono riuscite a plasmare le menti di milioni di persone, talora anche con un alto livello socio-culturale e prive di disturbi mentali. Le famiglie degli adepti continuano a chiedersi: «Come è potuto accadere?». Molti parlano di “lavaggio del cervello”, ma appare riduttiva come spiegazione. Le trasformazioni nel modo di agire e di comportarsi delle persone coinvolte nella setta, infatti, possono essere comprese solo analizzando i meccanismi psicologici che si attivano per “autolegittimare” la correttezza del nuovo modus vivendi.

Nelle sette vengono chiaramente seguite delle regole che, secondo Cialdini (2001), sono riconducibili a strategie cognitive fondamentali:

  • impegno e coerenza: impulso ad essere coerenti col resto del gruppo;
  • reciprocità: definita dal bisogno di contraccambiare favori veri, o presunti tali;
  • riprova sociale: tendenza a ritenere maggiormente validi i comportamenti o le scelte che vengono effettuati da un elevato numero di persone;
  • autorità: le asserzioni sostenute da una figura di rilievo accrescono la loro valenza persuasoria;
  • simpatia: attraverso la costruzione di un legame di simpatia e “similitudine” tra persuasore e persuaso, è più facile ottenere esiti di modifica degli atteggiamenti.

Una setta si fonda su un modello relazionale basato sulla dipendenza dal leader e dal resto del gruppo, dove ognuno esercita sulla persona delle pressioni proponendo costantemente un modello unico da imitare. Il leader è colui che detiene il potere assoluto, definisce obiettivi e compiti ed elargisce ricompense e punizioni, con l’obiettivo di mantenere un equilibrio ed una forte coesione nel gruppo. A questo proposito Schafer e Crichlow (1996), sulla scia degli studi di Janis (1971) sul pensiero di gruppo, hanno dimostrato che in gruppi molto coesi caratterizzati da strettissimi rapporti di interdipendenza si crea una forte convinzione di moralità di gruppo, un senso di unanimità, un’autocensura, un’illusione di invulnerabilità e stereotipi negativi nei confronti di chi è esterno al gruppo (nemico). Cialdini a tal proposito ha coniato il termine “granfalloon” per indicare un processo psicologico che si attiva quando si ha la consapevolezza di appartenere ad un gruppo. La percezione di essere parte di qualcosa viene utilizzata per suddividere giusto/non giusto e dare senso al mondo. Le differenze tra i gruppi vengono esagerate, mentre la somiglianza tra i membri sono enfatizzati. Questo crea quindi una netta distinzione fra in-group (chi è un adepto) e out-group (chiunque non faccia parte della setta): ogni membro per raggiungere la desiderata “salvezza promessa” non deve far altro che comportarsi secondo le regole dell’in-group. Un comportamento diverso è considerato inconcepibile, frutto di forze avverse. Tutte le informazioni che possono contrastare quelle diffuse fra gli adepti vengono etichettate come “diaboliche” e questo induce ad una loro efficace censura. I messaggi dall’interno, invece, vengono ripetuti continuamente: diventati familiari, acquisiscono veridicità.

Forte è l’influenza del conformismo: gli adepti sono indotti all’accettazione, che porta ad un cambiamento del comportamento basato su una profonda modifica delle convinzioni. Gli studi di  Asch (1945) hanno messo in evidenza che la tendenza a conformarsi al gruppo è guidata anche solo dal semplice desiderio di essere in accordo con il gruppo, di non sentirsi diverso. La teoria del confronto sociale (Festinger, 1954), confermata dalle ricerche di Major (1994), spiega invece l’influenza esercitata dagli altri membri del gruppo affermando che paragonando se stessi agli altri, gli adepti trovano legittimazione e conferma alla correttezza del proprio comportamento. In particolare, guardiamo al comportamento altrui e lo prendiamo per buono quando siamo dubbiosi e/o la situazione è ambigua (principio della riprova sociale), il che significa che anche se un adepto avesse qualche dubbio, gli basterebbe guardare gli altri per risolvere l’incertezza, rafforzando una sorta di “ignoranza collettiva”. La  propria indipendenza e il personale modo di pensare, vengono quindi presto sostituiti da un pensiero collettivo che offre la possibilità di sentirsi in armonia con gli altri e di trovare soddisfazione ai propri desideri di salvezza, anche se ciò comporta la deformazione della realtà. Inoltre le gratificazioni, sottoforma di approvazione, appoggio e attenzioni, sono sicuramente un rinforzo alla creazione di una nuova identità.

Viene sfruttata la inoltre “tecnica della reciprocità” secondo cui se si offre qualcosa all’adepto (amore, attenzione, promessa di salvezza), quest’ultimo dovrà ricambiare in qualche modo (obbedienza). Per non far allontanare gli adepti, inoltre, si fa leva sulla paura: fuori è il luogo dove non c’è salvezza, ci sono persone malvagie che non capiscono l’importanza della loro scelta e non esiste punizione più spiacevole che essere condannati e isolati. Si crea un’obbedienza senza limiti, dovuta al riconoscimento di un potere legittimo al leader carismatico (Milgram,1963), ritenuto degno di credibilità poiché fonte di benessere. Non è possibile non conformarsi e non obbedire agli ordini dell’autorità: egli custodisce un sapere superiore e offre la salvezza sognata. Il pensiero critico del singolo viene quindi offuscato e sostituito dal pensiero del leader diffuso nel gruppo.

I leader delle sette chiedono inoltre ai propri adepti di lasciare tutto ciò che apparteneva alla loro vita quotidiana precedente. Chi entra a far parte di una setta, quindi, se mettesse in dubbio un ordine o un compito assegnato, sarebbe costretto forse a mettere in discussione ciò che vi è all’origine, creando un  disagio insopportabile (“dissonanza cognitiva”; Festinger, 1957: “un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro incoerenti, si trova in una situazione emotiva insoddisfacente”) tutto viene così razionalizzato e giustificato.

Ruolo fondamentale ha la pre-persuasione, facilitata dalla creazione di riti, inni, linguaggi, battesimi, stili di vita caratteristici, testi, che appartengono solo alla setta e che li distingue, e che permette la creazione di un clima favorevole ai principi fondanti della setta. È come se venisse creata una nuova realtà sociale dove tutto acquisisce un nuovo significato se ricondotto alle nuove credenze. Vengono proposte continue attività, che distraggono da un potenziale pensiero personale di dubbio. Queste attività vengono inoltre proposte gradualmente: inizialmente i compiti sono poco impegnativi, per poi diventare sempre più onerosi (“tecnica del piede nella porta”). Col tempo cresce la fiducia nei confronti di chi propone i compiti e scatta un meccanismo di razionalizzazione. L’adepto, se non mettesse in atto il comportamento, percepirebbe una sensazione di disagio poiché sentirebbe di tradire un patto fatto e dovrebbe mettere in discussione il comportamento precedente, creando un’inaccettabile dissonanza cognitiva. L’adepto inoltre non potrebbe accettare una immagine di sé diversa rispetto a quella di “brava persona, che fa onore ai propri impegni”. Ciò che viene proposto è inoltre qualcosa che ha come scopo una “salvezza”, quindi non è possibile rifiutare o essere la persona che impedisce l’adempimento di ciò in cui si dice di credere fermamente. Potrebbe essere percepito come estremamente dissonante anche il dare estrema fiducia al leader e poi non mettere in pratica le sue richieste o contraddirlo.

Un potente processo di autopersuasione, infine, si attiva quando gli adepti sono inviati a fare nuovi proseliti. Nel momento in cui un adepto deve convincere dell’importanza del far parte di quella setta un’altra persona, convince anche se stesso, essendo indotto a mettere in  evidenza gli aspetti positivi della setta che giustificano il perché una persona decide di rimanerci. Nel caso in cui qualcuno ponesse delle obiezioni, l’adepto imparerebbe a creare forti controargomentazioni che possono essere utili per confutare ulteriori attacchi (“tattica della vaccinazione”) e a rafforzare così la propria convinzione. Si creerebbe una forte dissonanza, ansia e disagio, se l’adepto, dopo aver parlato molto della grandezza della propria setta, non avesse fede in essa.

Alla luce di questo, quindi, è giusto parlare di persuasione o sarebbe meglio chiamarla autopersuasione?

Fonte: glipsicologi.it