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Osservazioni sulla trasmissione del Le Iene sui Testimoni di Geova

I Testimoni di Geova e le trasfusioni

 

Scomunicati dai Testimoni di Geova

 

Recentemente ci sono stati due servizi delle Iene sul caso ” Testimoni di Geova “, so che l’argomento non appassiona o interessa i piu’, ma per me e’ diverso perche sono stato uno di loro per circa 11 anni, e questo il motivo per cui negli ultimi giorni ho postato abbastanza sul tema nella mia bakeka di Facebook.

Il giudizio comune su di loro, che nasce da una scarsa informazione, e’ generalmente bonario, sono considerati zelanti se non ammirevoli ( “noi cattolici dovremmo prendere la nostra religione piu’ seriamente come fanno loro “, sento a volte dire ), un po strampalati ma gentili e ben vestiti, danno un’immagine di gruppo unito e ordinato, e con i loro diffusi banchetti pieni di riviste ormai li consideriamo quasi parte del paesaggio.
Insomma il loro marketing funziona, se non nel proselitismo (dove in Italia , e non solo, hanno pessimi risultati), nell’immagine pubblica che danno si se. Ma tutti noi sappiamo che se nella pubblicita il detersivo lava bianco piu’ bianco e spariscono anche le macchie impossibili, e  con Mastrolindo li vuol lavare lui, nella vita vera la conduzione domestica e’ un tantino differente.

Ecco , uscendo dall’immagine pubblicitaria pubblica, dove tutti gli aspetti sgradevoli sono accuratamente occultati, la realta’ dei Testimoni e’ triste per molti e drammatica per altri, anche per i motivi che i servizi delle Iene hanno sottolineato, una realta’ dove i meccanismi settari fatti di controllo dei comportamenti e del pensiero, in un sistema gerarchico molto sottolineato, producono divisione e lacerazione in molte famiglie oltre che rischio della vita soprattutto nei casi in cui necessita una trasfusione di sangue.

Chiusi nel loro fortino di certezze ( “lo dice la Bibbia” dicono loro, in realta’ lo dice il loro gruppo dirigente, che interpreta la loro Bibbia, sconfessata da tutti gli studiosi di ebraico e greco del mondo, in modo da farle dire cose che in realta’ il testo biblico non dice )… si difendono chiudendosi a riccio e utilizzando queste critiche come “dimostrazione” di persecuzione satanica nei loro confronti che li conferma come unico popolo eletto da Dio.

Come hanno reagito i Testimoni di Geova a questi servizi delle Iene?

1) L’ex Testimone di Geova, che ha segnalato alle Iene l’argomento, con la sua esperienza in cui raccontava di essere stato espulso perche’ ha acconsentito a trasfondere un minore in pericolo di vita, secondo il dirigente dei Testimoni Giorgio Caminiti ” e’stato espulso per reati in campo finanziario… e la bambina e’ morta in seguito alle trasfusioni “. Ovviamente, senza nessuna prova a sostegno di tali affermazioni, i Testimoni di Geova credono all’unisono su quanto detto perche’ lo ha detto Giorgio Caminiti e questo basta e avanza (ai tempi in cui ero Testimone, lo ammetto, sarebbe bastato anche a me). Curioso che il dirigente Stefano Papazian, in evidente difficolta’quando intervistato, non abbia avuto il coraggio di dire le stesse cose davanti alle telecamere, facendo chiarezza una volta per tutte. Forse che lanciare accuse davanti a un pubblico plaudente e’ piu’ facile? Chissa’ …

2) Le persone intervistate in questi servizi non sono veri Testimoni ma verosimilmente attori, da cui si deduce che Pelazza, il giornalista, e’ un disonesto che fa cattiva informazione, in combutta coi nemici di Geova ( i Testimoni di Geova amano le teorie complottiste).

3) Non manca ovviamente il costante riferimento alla “persecuzione” della loro minoranza religiosa, in uno Stato, quello italiano, che dovrebbe essere pluralista. Per i Testimoni ogni critica corrisponde a persecuzione, ma solo quando rivolta alla loro Organizzazione. Quando invece le critiche vengono dal loro interno, il malcapitato che osasse proferir parola uscendo dalle righe verrebbe subito emarginato se non processato in situazioni dove, da solo e  circondato da 4,5, o sei “anziani”,  dovrebbe ritrattare o  fare ammenda pena l’espulsione e senza un cane che funga da avvocato per difenderlo. Nel mondo normale anche i peggiori criminali hanno una difesa, ma qui non parliamo di un mondo normale.
I Testimoni inoltre diffondono milioni di riviste e pubblicazioni e sprecano fiumi d’inchiostro per (indovinate un po’?) criticare storia e comportamenti delle altre religioni. E’ veramente incredibilie come un metodo giudicato indegno quando rivolto verso di loro divenga improvvisamente lodevole quando utilizzato nei confronti di altri. Una Organizzazione religiosa che si accredita moralmente superiore rispetto alle altre e che si mette sul piedistallo come puo’ pensare di essere esclusa da uno sguardo molto attento?
Ovviamente i Testimoni di Geova non sono affatto perseguitati, che li si giudichi minoranza o meno, hanno un loro strumento giuridico, delle loro sedi autorizzate, dei ministri di culto che celebrano i matrimoni, permessi a go go per occupare marciapiedi coi loro banchetti ricchi di riviste multilingue, e possono deambulare di casa in casa senza alcun problema.
Non sono perseguitati ma come tutti non sono incriticabili, e su aspetti particolarmente delicati che toccano la salute, la stessa vita, e le famiglie, non si puo’ tacere, anche in ordine a diritti umani e sociali ormai acquisiti che fanno parte della nostra Costituzione e del nostro ordinamento giuridico e che vanno difesi come nel caso del divieto geovista delle emotrasfusioni e dell’odiosa pratica dell’ostracismo.

Questi gli argomenti geovisti, che pero’ non convincono nessuno, tranne tutti coloro gia’ sprovvisti da tempo della capacita’ di esercitare un naturale senzo critico che proprio Dio (per chi ci crede) ci ha dato.

I Testimoni di Geova non sono, purtroppo, l’unico caso di gruppi/culti discutibili che nel momento che entrano nella vita delle persone stravolgono la vita loro e di coloro che gli stanno accanto, da quando nel nostro Ordinamento e’ stato eliminato il reato di plagio, forse a ragione per come era formulato, si e’ creato un vuoto normativo che non tutela affatto le vittime di questi gruppi/culti i quali, anche forti di disponibilta’ economiche ingenti, hanno ampio spazio di manovra per prosperare con tutte le tutele di legge a loro favore ma senza eguali doveri da rispettare. E per coloro che liberamente vorrebbero uscirne, o ne escono, il percorso a differenza di quello di entrata, carico di promesse e aspettative, e’ quasi sempre doloroso e lacerante.
Uno Stato laico, pluralista, dovrebbe tutelare la liberta’ di esercitare il proprio convincimento religioso a tutti, ai vari culti, maggioranza o minoranza che siano, ma anche ai singoli che dovrebbero essere liberi di cambiare il proprio orientamento religioso senza ricevere “punizioni”  che ledono altri diritti umani socialmente riconosciuti.
Questo, purtroppo, in Italia ancora non avviene. E servizi come quelli delle Iene,  possono aiutare a rimettere al centro del dibattito il problema, nella ricerca diuno strumento legislativo migliore capace di affrontare queste situazioni.

Stefano Martella

https://www.youtube.com/watch?v=3Oit3JzKzhk – See more at: http://apocalisselaica.net/varie/contributi/testimoni-di-geova-servizi-de-la-iene#sthash.AptDpXuY.dpuf

Una donna parla della sua vita nella religione che ora definisce una setta

Ci sediamo fuori sul patio posteriore di Tracey Jeffery, a Torquay.

E’ metà pomeriggio. Lei ha una sigaretta in una mano e usa l’altra per accarezzare i suoi cani, che le sono sempre vicino.

Divertente, intelligente e senza peli sulla lingua, Tracey ha deciso di parlare con me oggi per  condividere la storia della sua vita da Testimone di Geova.

Sono passati 10 anni da quando ha lasciato la fede.

Ha quasi 50 anni e ritiene sia il momento di condividere la sua storia, o “riversare le budella”, come dice lei con un sorriso, per aver non solo fatto parte di una delle religioni più controverse del mondo, ma di aver condotto anche  una vita che l’ha portata a sposarsi quattro volte, sopravvivere a diverse tragedie personali e crescere la figlia Jess per la maggior parte come una madre single.

Si comincia all’inizio.

Quando Tracey aveva  cinque anni, la madre decise di unirsi al loro gruppo locale di Testimoni di Geova.

Prima di allora, la mamma di Tracey apaprteneva ad una chiesa metodista.

Tracey ricorda la sua mamma e la sorella farsi battezzare alla fine degli anni ’60, quando la chiesa diffondeva il messaggio che l’Armageddon sarebbe venuto nel 1975.

Tracey ricorda chiaramente di essere stata inserita negli insegnamenti della religione sin da bambina.

Si ricorda inoltre che le veniva insegnata  la “minaccia imminente” di Armageddon.

Secondo la religione, dopo Armageddon, o la distruzione della razza umana, Gesù, insieme alle 144.000 persone selezionate , governerà la terra per 1000 anni.

“Sin da  bambino, questo è tutto quello che impari,” Tracey ricorda.

Tracey ricorda di essere stata spaventata dall’idea di Armageddon e dalle pubblicazioni truci che mostravano  bambini che venivano uccisi e la gente che correva per le strade, quando iniziava Armageddon.

“E’ una forma pericolosa di abuso sui bambini quando ci penso adesso, perché ora so meglio quanto questo sia terribile”.

Sua sorella Robyn aveva circa 18 anni quando si unì alla religione e alla fine il resto della famiglia ne ha seguito l’esempio, con l’eccezione del padre di Tracey, che non è mai stato un Testimone di Geova.

La religione ha reso Tracey diversa dai suoi coetanei a scuola.

Quando arrivava il momento di cantare l’inno nazionale, che  ricorda ancora essere “God Save the Queen” in quel momento, a Tracey non era permesso di stare sull’attenti con il resto della sua classe, perché ciò avrebbe significato che stavi dedicando la fedeltà al paese e non a Dio,  sostiene Tracey.

Essere differente da tutti gli altri le ha causato  imbarazzo, sin da bambina, ma era solo l’inizio di quello che doveva venire.

Quattro giorni prima che  Tracey compisse 9 anni, il nonno morì.

La famiglia ha invitato  un anziano dalla religione in casa al fine di consigliarla e Tracey ammette che egli fece un buon lavoro,  assicurandole che un giorno sarebbe stata riunita con  suo nonno in paradiso.

Per il suo compleanno ricevette un regalo da sua nonna.

“Ricordo ancora quello che lei mi ha dato, è stato un gioco da tavolo, il Trouble” racconta Tracey.

Sua madre le ha detto che quello sarebbe stato l’ultimo regalo di compleanno che avrebbe ricevuto, in quanto come membri  Testimoni di Geova, essi non avrebbero celebrato il Natale o i compleanni.

Mentre gli amici a scuola continuavano ad acquistare regali per il suo compleanno, Tracey doveva rimanere a casa  la settimana prima di Natale, in modo da non essere coinvolta in tutte le attività scolastiche della festività.

Tracey ora crede che la madre soffrisse di una malattia mentale, la depressione bipolare.

Inoltre, la sua mamma fu coinvolta in numerosi gravi incidenti automobilistici rimase a letto per tanto tempo, tanto che  Tracey mancava spesso da scuola per prendersi cura di lei.

Tracey ricorda di aver litigato con la sua mamma un  pomeriggio e di averla trovata morta  poche ore dopo.

La sua mamma le aveva lasciato un biglietto d’addio, chiedendo alla famiglia di non incolpare Tracey per quello che era successo.

Ma la lettera non riuscì nel suo compito e Tracey fu  fatta sentire responsabile della morte di sua madre da diversi membri della famiglia.

Nei mesi che seguirono, Tracey era in confusione totale e racconta di essere sprofondata in una depressione  sei mesi dopo il suicidio di sua madre.

Fu anche vittima di una violenza sessuale  in quel periodo, ma non segnalò mai  l’accaduto alla polizia, perché sentiva che nulla sarebbe stato fatto a riguardo.

Si allontanò da Testimoni di Geova nella  tarda adolescenza ed si sposò per la prima volta a 19 anni, ma  divorziò alcuni anni dopo.

“E’ stato un incubo quel matrimonio”, racconta Tracey, aggiungendo che la famiglia dell’uomo aveva causato un sacco di problemi nel loro rapporto.

Ha poi incontrato e sposato l’uomo che sarebbe diventato il padre della sua unica figlia.

Sei mesi dopo la fine della loro storia, Tracey dette alla luce la loro figlia, Jessica.

Quando Jess aveva 14 mesi di età, Tracey scoprì che tutte le suoe ex credenze religiose l’avevano travolta e iniziò a temere che la sua bambina sarebbe morta in Armageddon se lei non si fosse ricongiunta ai Testimoni di Geova.

Iniziò di nuovo lo studio della Bibbia e fu battezzata come Testimone di Geova a Toowoomba quando Jess aveva 2 anni.

Non passò molto tempo prima che incontrasse l’uomo che sarebbe diventato il suo terzo marito.

Anche  lui era un membro dei Testimoni di Geova e i due iniziarono una storia d’amore.

Si sposarono quando Jess aveva 5 anni.

“Il matrimonio funzionò abbastanza bene per un paio di anni”, racconta Tracey.

Più tardi, la coppia si trasferì a Hervey Bay ed è lì che cominciarono le crepe, sia nel matrimonio di Tracey che nella sua fede nel movimento di Geova.

Un anziano di Toowoomba con cui Tracey e il marito erano stati entrambi amici fu accusato di aver ucciso la moglie, che era incinta di cinque mesi.

Il suo corpo nudo, finalmente è stato trovato in fondo alla diga di Perseverance.

La pressione era cresciuto anche per l’attività di porta a porta che  Tracey svolgeva con la figlia.

“Era diventato molto difficile vivere a questi standard”, racconta Tracey.

«Così  ho cominciato a mettere in discussione le cose e il mio matrimonio ha iniziato a rompersi.”

Oltre alla testimonianza, la famiglia doveva recarsi insieme a tre incontri settimanale e poi fare uno studio individuale ed uno familiare.

Diventava  faticoso, ricorda Tracey.

“Inizi a sentirti in colpa se  perdi un incontro. L’intera attività inizia a farti venire sensi di colpa”, racconta.

Per qualcuno, curioso per natura, le dure condizioni poste sui membri della religione erano anche difficili da sopportare per Tracey.

Non ci potreva essere la discussione della letteratura al di fuori degli standard forniti dal gruppo e mettere in discussione gli insegnamenti non era ammesso.

I membri dei Testimoni di Geova vengono scoraggiati dal partecipare alle attività al di fuori della religione, e Tracey si sentì dire che ” avrebbe pouto anche avere una luce rossa nella parte anteriore della sua casa” per aver osato unirsi all’Amway.

“Lui praticamente mi ha definito una prostituta”, racconta Tracey.

Continuano a dire che non sono un culto – sono un culto che crea problemi.

I membri sono altresì scoraggiati dall’usare Facebook e altri social media perché sarebbe incoraggiarli a diventare parte del mondo e “non sono parte di questo mondo”, afferma Tracey.

Ironia della sorte, ciò che ha portato l’allontanamento dalla religione alla fine è stata la cosa che lei ha fatto con discrezione da quando mi sono seduta con lei – il fumo.

Tracey ha iniziato a fumare da quando è finito il  suo matrimonio.

Lei più volte ha chiesto aiuto per salvare il suo matrimonio, ma nessun aiuto è arrivato.

Invece per lei è arrivato un messaggio molto chiaro – doveva smettere di fumare o sarebbe stata disassociata, ovvero rimossa dalla comunità dei Testimoni.

L’ultimatum fece arrabbiare Tracey  così tanto, che decise di consegnare la sua lettera di dimissioni e si allontanò dalla fede.

Le sue azioni drasticamente limitarono il contatto  con i suoi tre fratelli, che erano tutti i membri ancora della religione.

Dal momento che si allontanava dalla fede, Tracey diventava una voce critica per il  movimento dei Testimoni di Geova, tanto più che iniziò a ricevalre presunti coperture di abusi sessuali su minori, ed fu etichettata come apostata, o una persona che abbandona la loro religione.

“Cercano di dirti che si stai girando le spalle a Dio. Stavo girando le spalle alla religione e alla dottrina e a tutto il resto.

“Ma ora ho voltato le spalle a Dio in un sacco di modi. Ho ancora la fede in Dio, ma credo che deve essere bipolare “.

Tracey dice che un sacco di persone di talento, tra cui il fratello Mike, hanno sprecato il loro talento  essendo membri del movimento dei Testimoni di Geova in quanto non sono incoraggiati a ricevere un’istruzione o a sviluppare le loro capacità, ma piuttosto a dedicare la loro vita alla fede e alla predicazione.

“Ora che sono fuori, mi rendo conto di quanto stupida sia stata tutta questa cosa. Io ero una pecora “, racconta Tracey.

Dice che ora ha domande a cui lei non può rispondere perché lei non ha più specifiche credenze religiose.

“Ho studiato tutte le altre religioni – cosa succederà quando morirò” dice.

“Io non credo in nessuna religione ora, non mi fido di nessuna religione oggi.”

Tracey ha qualche rammarico; le manca Mike, il fratello più vicino alla sua età al quale era più legata, colui con cui condivide un simile senso dell’umorismo e il suo preferito dei tre, e si rammarica per il coinvolgimento di Jess nella religione.

“Mi fa impazzire che ho inserito lì Jessica attraverso il servizio porta-a-porta, quando era poco più di una bambina”, dice Tracey.

Ma questo è tutto nel passato ora. Tracey è ora una nonna di due nipotini ed è felicemente sposata con il suo quarto marito.

Ha una gamma di interessi e può finalmente concedersi la sua mente curiosa.

E lei ha una storia interessante o due da condividere se qualcuno ha il tempo per un caffè mentre ci si rilassa al sole sul patio posteriore.

Intervista realizzata da

Fonte: Chronicle

http://www.frasercoastchronicle.com.au/news/woman-talks-about-life-religion-she-now-calls-cult/1995615/

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Traduzione di Lorita Tinelli

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

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La mia vita nell’organizzazione dei testimoni di Geova

Sta per calare la sera, il 10 dicembre 1974, quando vengo alla luce non senza difficoltà. I miei genitori, Anna e Mario, sono in Italia da un oltre un anno. Avevano deciso di rientrare dalla Germania dopo la nascita di mio fratello Giovanni, nato alla fine del 1972.

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Quando sono nato i miei erano già testimoni di Geova da almeno 5 anni. Si erano entrambi convertiti a questo culto e battezzati nel 1969, sebbene in regioni diverse della Germania. Mia madre abitava a Karlsruhe, mio padre era andato in Germania a cercar fortuna negli stabilimenti della Mercedes, nei pressi di Stoccarda. Mia madre era venuta in contatto con i testimoni di Geova nel 1964, ma essendo ancora minorenne e dovendo fronteggiare l’opposizione dei suoi genitori, aspettò la maggiore età per battezzarsi. Mio padre fu messo in contatto con i testimoni di Geova alla fine del 1968, da un collega di lavoro. Complici le difficoltà e forse la solitudine degli emigranti, accettò la loro compagnia, si adeguò agli insegnamenti dei testimoni di Geova e alla loro speranza di “vita eterna”. Erano anni di grande fermento fra i testimoni, l’anno 1975 era vicino e bisognava affrettarsi. Così lasciò il lavoro con le prospettive di una carriera alla Mercedes, si battezzò e partì come pioniere*. Fu assegnato alla neonata congregazione di Karlsruhe, e lì conobbe mia madre. Era cominciato il 1970. Alla fine dello stesso anno si sposarono.

Erano in molti ad attendere la fine nel 1975. Alcuni, spinti anche dalle dichiarazioni della dirigenza dei testimoni di Geova, arrivarono a vendere i propri beni, come la casa, per vivere in attesa della presunta fine con uno stile di vita semplice e privo di distrazioni materiali. Ma il 1975 arrivò e non accadde nulla. Così, quando divenne evidente che le previsioni dell’organizzazione erano sbagliate, i miei si ritrovarono di fronte ad una scelta: restare in Italia, in affitto e con evidenti difficoltà economiche o tornare in Germania, avvalersi dell’appoggio dei parenti e dei molti amici testimoni di Geova rimasti lì e lavorare entrambi per coltivare il sogno di realizzare una casa per la loro famiglia. Scelsero la seconda soluzione e così, pochi mesi dopo la mia nascita, i miei tornarono in Germania. E lì siamo rimasti fino al 1983, anno del definitivo rientro in Italia.

I primi anni in Italia non furono facili. Mi sono dovuto adattare ad un nuovo ambiente, passando da una moderna città, Karlsruhe, in cui vivevo, ad un contesto decisamente più rurale, come la pedemontana veneta. Anche la scuola era tutta diversa. I primi tre anni li avevo fatti in una scuola multietnica, all’avanguardia sotto molti profili, dove le materie classiche erano integrate da moltissime attività come il nuoto, il teatro e perfino l’educazione ambientale! Qui era tutto diverso, non solo la scuola di per sé, ma i compagni, i metodi didattici e gli orari.

Un altro fattore di cambiamento che rendeva il tutto ancora più complicato era il mutato atteggiamento dei miei genitori nei confronti della loro religione, in particolare di mio padre. L’illusione del 1975, il subire delusioni, anche cocenti, da parte di alcuni “fratelli” (che avrebbero dovuto essere le migliori persone del mondo) fecero sì che la partecipazione alle attività del movimento diventasse meno ossessiva. Alcune di queste delusioni riguardavano questioni finanziarie, come investimenti di denaro risultati poi fallimentari, in alcuni casi si trattò di vere e proprie truffe. Altre riguardavano il comportamento di alcuni testimoni che, contrariamente alla facciata di brave persone, non perdevano occasione per criticare, accusare e perfino condannare gli altri. Tutto questo aveva fatto riflettere mio padre che smise lentamente di ubbidire all’organizzazione e non partecipò più con la stessa assiduità alle numerose attività che contraddistinguono i testimoni. Da quel momento in avanti la sua partecipazione alle adunanze e alla predicazione ha subito diversi alti e bassi, che in gran parte dipendevano dalla compagnia che trovavamo nelle congregazioni.

Diverso atteggiamento fu quello di mia madre, che continuò a credere, giustificando le delusioni con la motivazione ampiamente adottata da molti testimoni e sovente suggerita dal Corpo Direttivo: gli uomini sbagliano, ma l’organizzazione, nonostante gestita da uomini che possono sbagliare, è diretta da Dio, quindi degna di fiducia. L’equazione è semplice: dubitare dell’organizzazione significa dubitare di Dio stesso!

Così, fra alti e bassi, sono cresciuto dentro quest’organizzazione, sperimentando ovviamente tutte le delusioni che i figli dei testimoni di Geova devono subire: non ho mai festeggiato un compleanno, non era possibile coltivare amicizie fuori dall’organizzazione, ovviamente non esistevano le festività: Natale, Carnevale, Pasqua, Epifania erano parole che per noi piccoli significavano di solito restare chiusi in casa. Nella migliore delle ipotesi poteva voler dire pranzare o cenare con i parenti, senza però il minimo riferimento alla festa, ai regali e quant’altro. I miei genitori, comunque, sotto questo aspetto, hanno sempre fatto di tutto per non farci sentire troppo diversi, inventando dei diversivi o camuffando le festività in modo che non ne sentissimo troppo la mancanza. L’isolamento a scuola era una prassi, ed essere spesso preso di mira dai compagni di scuola per la sola colpa di essere un figlio di testimoni di Geova diventò presto un’abitudine a cui non cercavo nemmeno di sottrarmi. Potrei fare un lungo elenco di scherzi, offese e umiliazioni subite negli anni di scuola per il solo fatto di essere figlio di testimoni di Geova. Ne ricordo uno per tutti: un giorno, in 4^ elementare, non ritrovai più il giubbotto per rientrare a casa. Fu ritrovato nei bagni della scuola, tutto sporco e infilato in un water.

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Sono cresciuto subendo tutto questo e sotto il continuo bombardamento della solita cantilena: i veri servitori di Dio sono perseguitati in questo mondo, per cui se sei preso in giro e subisci i “dispetti” degli altri è segno che stai nel favore di Dio. Questa convinzione, unita all’impossibilità di fare verifiche accurate e ricerche sulla reale origine degli insegnamenti dei testimoni di Geova mi ha portato, alla fine, al battesimo. Era il 20 gennaio 1990 e io avevo 15 anni compiuti da poco.

Durante gli anni delle scuole superiori ho affrontato diverse “crisi di coscienza”, un po’ perché non approvavo certi atteggiamenti che vedevo dentro le congregazioni cui ci associavamo, un po’ perché, non riuscendo in pieno a soddisfare le “alte” norme morali imposte dai tdg, mi sentivo in colpa. Come quasi tutti gli adolescenti, ho passato la fase critica del passaggio dalla pubertà all’adolescenza, con tutte le sue “tempeste ormonali” e la conseguente sperimentazione della propria sessualità attraverso la masturbazione, ma essendo questa pratica considerata “impura” dai testimoni, mi sentivo indegno di appartenere a quella che consideravo una casta di meritevoli. Anni dopo, diventando anziano, ho constatato che sono molti i testimoni di Geova, e non solo adolescenti, che sfogano la propria repressione sessuale attraverso la masturbazione e la pornografia, spesso con devastanti sensi di colpa. Così come ho notato che vi sono anche quelli che vivono nella più totale libertà senza sentirsi minimamente sotto la condanna divina, la cosa importante è non farsi scoprire.

Ma una cosa mi ha sempre tenuto incollato a questo gruppo: l’uso della Bibbia e i continui richiami ad essa, costanti, quasi spasmodici, e l’idea che tutta la struttura dell’organizzazione, con i suoi insegnamenti, le regole e le imposizioni si fondassero sulla Bibbia. Per ogni attività, per ogni richiesta e per ogni cambiamento di vedute sembrava sempre esserci una solida “base scritturale”. Se c’è una cosa che “devo” ai testimoni di Geova è soprattutto questo, l’avere sviluppato amore per quella che è chiamata “la Parola di Dio”.

Non che i testimoni abbiano un grande rispetto per questo libro sacro, piuttosto fanno dire alla Bibbia ciò che a loro conviene. Oggi sono certo di poter dire che non sono i testimoni di Geova ad adattarsi agli insegnamenti biblici, ma è la Bibbia che viene sistematicamente adattata agli insegnamenti dei testimoni di Geova.

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Eppure mi piaceva leggerla e soprattutto mi piaceva provare a comprenderla. E, siccome le loro spiegazioni avevano una certa logica e, d’altro canto, essendo impossibile o quasi servirsi di fonti extra organizzative per fare confronti, accettare tutto quel che era servito nel piatto diventava la soluzione più conveniente e l’unica possibile. Non va dimenticato che uno dei primissimi insegnamenti che ogni novizio testimone deve accettare è quello della netta divisione fra chi sta nel favore divino (solo l’organizzazione dei testimoni di Geova) e tutto il resto del mondo che invece è sotto il potere e l’influenza del massimo nemico di Dio, il diavolo. Da qui è breve il passo che ti porta a guardare con molta riluttanza tutto ciò che non proviene dall’organizzazione. Sostanzialmente funziona così: tutto ciò che dà ragione alle tesi dell’organizzazione è accettabile e degno di considerazione, tutto ciò che contrasta le tesi dell’organizzazione è frutto del pensiero e dell’insegnamento di questo mondo, che è sotto il potere del diavolo, da cui bisogna stare lontani.

Pensando di essere nell’unico posto al mondo dove poter trovare la “verità” mi sono convinto che stavo servendo Dio. Ma, senza accorgermene, mi ero dedicato al servizio di un’organizzazione umana. Per questo motivo, una volta finite le scuole superiori, da cui sono uscito come il miglior studente maschio dell’anno, ho rifiutato di proseguire gli studi universitari (sempre visti con particolare diffidenza e sottilmente sconsigliati), come avrebbero voluto molti miei insegnanti, e ho rifiutato perfino dei lavori ben remunerati. Essendo un agrotecnico, ricevetti una proposta per dirigere una serie di serre floro-vivaistiche che commerciava in tutta Europa. La paga (nel 1993) era di 5.000.000 di lire mensili, ma il prezzo da pagare era la disponibilità a lavorare in qualsiasi momento, sabati e domeniche inclusi. Si sa, le piante e i fiori non hanno orari …ma i tdg hanno le adunanze, il servizio e tutte le altre attività.

Così ho accettato un lavoro come operaio di una tipografia (la paga era di 750.000 lire mensili) e sono andato avanti. Dopo non molto, forse notando le mie buone capacità, il datore di lavoro mi propose di occuparmi del nuovo magazzino che stavano allestendo, promettendomi una paga migliore (circa 2.000.000) e chiedendomi, ovviamente, una maggiore disponibilità. Cosa pensate abbia fatto? Da buon testimone, essendo insoddisfatto di lavorare a tempo pieno, non solo rifiutai l’offerta, ma dietro suggerimento di un sorvegliante di circoscrizione*, chiesi il lavoro part-time. Il datore di lavoro, pur di non perdermi, acconsentì, e il mese dopo (Aprile 1995) iniziai a fare il pioniere.

Poco dopo arrivò la nomina di servitore di ministero, e io, sempre più inghiottito nel vortice dell’organizzazione, accettai il trasferimento in una congregazione poco distante per servire lì dove il bisogno era maggiore. Ci andai in buona compagnia, mio fratello carnale, anche lui pioniere regolare e un nuovo diplomato della Scuola di addestramento per il Ministero*. Con loro ho condiviso due anni della mia via e un appartamento. Nel frattempo mantenevo il mio vecchio lavoro, perché trovare un altro lavoro part-time era difficile, per cui valeva la pena percorrere tutti i giorni i 50 km per andare e tornare dal lavoro.

Sono stati due anni di sacrifici, soprattutto economici, ma senza dubbio utili a capire che la vita può essere dura. In questo frangente mi sono anche fidanzato con la donna che è diventata mia moglie. Dal momento che la situazione economica (sia sua che mia) era poco stabile, sei mesi prima del matrimonio decisi di interrompere l’attività di pioniere regolare e, per tirar su un po’ di soldi, ripresi il lavoro a tempo pieno. Mia moglie, ovviamente, continuava a fare la pioniera regolare. Non avevamo rinunciato alle nostre mete, volevamo diventare una coppia di pionieri che si metteva a disposizione delle congregazioni con maggior bisogno. Per questa ragione, rinunciammo ad avere una casa tutta nostra e accettammo l’ospitalità dei miei genitori vivendo praticamente in un seminterrato per due anni.

Un anno dopo il matrimonio arrivò anche la nomina ad anziano di congregazione e, in accordo con il sorvegliante di circoscrizione, demmo disponibilità a seguirlo nella sua prossima destinazione. Eravamo praticamente pronti. Avevo già scritto la lettera di dimissioni dal lavoro, conoscevamo anche la nostra destinazione (un paese in provincia di Lecco), quando arrivò la notizia della prima gravidanza di mia moglie. Penso spesso che quell’evento sia stato una specie di “intervento dall’alto”, visto che in quel periodo, per non correre rischi, facevo uso del profilattico.

La sensazione che provai fu simile a chi prende un colpo e cade in ginocchio, tutto avrei accettato, ma un figlio era veramente l’ultimo dei nostri pensieri, e diventò anche il primo dei nostri successivi guai. (Ovviamente il pensiero odierno è cambiato; oggi sono molto, molto felice di aver avuto dei figli).

Primo, rinunciai al nuovo incarico. Non partimmo più. Ma la casa dove stavamo con i miei non avrebbe supportato l’arrivo di un bebé, e poi vivevamo in uno scantinato! Per non parlare dei problemi economici che si presentarono all’orizzonte. Infine, ci furono i problemi caratteriali tra mia moglie e mia madre, che, appena nato nostro figlio, fece il tipico errore delle suocere troppo apprensive e, senza volerlo, si intromise troppo nella nostra vita. Tentai di parlare con mia madre, ma i rapporti erano ormai incrinati e per non peggiorare ulteriormente la situazione, pensammo che forse era il caso di trovare una nuova sistemazione. Solo che eravamo senza soldi, li avevo spesi tutti per acquistare un’auto più grande, adatta ad una famiglia. In quei primi due anni di matrimonio io e mia moglie, a cause delle circostanze, non avevamo mai girato per casa in mutande, ma ora, per usare un eufemismo, eravamo rimasti veramente in mutande.

In poco tempo trovammo una vecchia casa in affitto. Era senza riscaldamento (c’era una sola stufa a legna che doveva riscaldare tre piani!) e ci stabilimmo lì, nel dicembre del 2000, con tanti dubbi sul nostro futuro, tanto freddo e tanti debiti da pagare. Ricordo le difficoltà dei primi tempi: il trasloco, la ricerca dei mobili, la ricerca della legna per il riscaldamento e quasi nessun aiuto da parte dei “fratelli” di fede.

Le sorprese, però, non erano ancora finite, pochi mesi dopo mia moglie era di nuovo in attesa di un figlio. Io continuavo a fare l’anziano, lasciando spesso mia moglie da sola per “pascere il gregge”. Ero un oratore pubblico molto richiesto, in tre anni di attività ho pronunciato circa 70 discorsi pubblici, compresi discorsi speciali e commemorazioni. Avevano cominciato ad assegnarmi dei discorsi anche alle assemblee e la mia “carriera” spirituale sembrava proseguire piuttosto bene, ma non tutto filava per il verso giusto…

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La nascita del nostro secondo figlio, unita ad alcune complicazioni del parto e alla successiva morte di suo padre, aveva fatto cadere mia moglie in una profonda depressione. E nel frattempo io ero sempre più impegnato con le faccende della congregazione. Vivevo situazioni di disagio crescente, continuamente combattuto fra la scelta di stare vicino alla mia famiglia ed il dovere come anziano dei testimoni di Geova. A volte, tornando a casa dalle adunanze (in cui andavo da solo), ritrovavo mia moglie in lacrime e non riuscivo a non chiedermi se avessi fatto bene a lasciarla a casa da sola con due bambini.

Queste mie difficoltà personali furono ulteriormente aggravate da ciò che vedevo negli altri anziani, ovvero la mancanza di preparazione, di vero amore fraterno e di genuino interessamento nei confronti dei bisogni altrui. Ho assistito a penose scenate di gelosia fra anziani, alcune sfociavano in veri e propri litigi fra loro durante le adunanze del corpo degli anziani, con tanto di accuse reciproche e proposta di rimozione dai rispettivi incarichi di servizio. Diventava sempre più evidente che diversi testimoni con incarichi prestigiosi, come anziani, sorveglianti di circoscrizione e beteliti, apprezzavano in modo particolare la posizione raggiunta, l’essere tenuti in alta considerazione e il conseguente “potere decisionale” che ne deriva.

Quello che inizialmente consideravo l’atteggiamento di pochi, divenne presto una triste realtà, dove l’eccezione era rappresentata da quei pochi che consideravano l’essere anziano o sorvegliante un incarico di servizio a favore del prossimo e non una posizione di prestigio da cui ricevere prestigio e favori, o peggio, attraverso cui diventare il controllore della vita altrui.

Sempre più spesso mi domandavo: “E’ questo il comportamento da veri cristiani?”. E se inizialmente cercavo di non farmi influenzare dall’atteggiamento degli altri, nel tempo divenne sempre più difficile, perché l’entrare di più nel privato della vita di molti fratelli mi fece notare in modo inequivocabile che molti di loro non servivano Dio in modo sincero, ma come i loro stessi pastori “dichiaravano pubblicamente di conoscere Dio, ma lo rinnegavano coi fatti”. – Tito 1:16.

Infine ero piuttosto giovane, ero diventato anziano a soli 24 anni, cosa piuttosto rara fra i testimoni e, per questo, subivo le gelosie e le invidie di alcuni “fratelli” più anziani di me di età a cui erano stati negati i privilegi e che non perdevano occasione per criticarmi anche pubblicamente. Mia moglie stava sempre peggio e si stava isolando sempre di più ed io, che avevo già due bambini, passavo le notti a studiare le pubblicazioni della Watch Tower, a leggere le circolari contenenti le direttive della WTS, a preparare le parti delle adunanze e i discorsi e non mi “godevo” minimamente la famiglia.

Alla fine dovetti decidere. E decisi per un cambiamento. Mi presentai un giovedì sera all’adunanza e rassegnai le dimissioni da anziano di congregazione, e con effetto immediato. Gli altri non volevano (forse perché faceva comodo avere qualcuno che lavorava anche per loro), e congelarono la situazione fino all’arrivo del sorvegliante di circoscrizione, che, nel frattempo, era cambiato. Il nuovo sorvegliante comprese la situazione e ufficializzò le mie dimissioni.

Finalmente libero da tanti impegni ricominciai ad occuparmi della mia famiglia e, dismessi i panni di anziano, ricominciai a leggere la Bibbia, analizzandola con maggior attenzione.

Uno dei primi effetti che subii, una volta lasciato l’incarico di anziano, fu il vedere il cambiamento di atteggiamento che i “fratelli” ebbero nei miei confronti. A parte alcune eccezioni, molti si convinsero che questo mio gesto era dovuto alla poca spiritualità, qualcuno pensò che la posizione di anziano mi aveva reso altezzoso e, gli altri anziani, cominciarono a prendermi di mira, indicandomi velatamente come un cattivo esempio. Detto da chi, in una situazione analoga alla mia, aveva deciso di non rinunciare alla posizione trascurando i bisogni della famiglia, la mia decisione suonava come un’accusa alla propria coscienza, per cui, era più facile salire sul podio e dire che chi lasciava l’incarico non riponeva la propria fiducia in Geova e nella sua capacità di aiutarci. Il paradosso è che la moglie di questo anziano un giorno mi confidò di essere atea, di non credere all’esistenza di Geova. Chiesi cosa poteva spingerla a fare una dichiarazione così forte. Rispose dicendo che Dio non poteva lasciare che suo marito, che la maltrattava fisicamente e verbalmente, potesse continuare a mantenere la posizione di anziano. Avrei voluto aiutarla, ma fui raggelato dalle sue successive parole: “Se lo dici a qualcuno, io mi suicido!”.

Essere di nuovo un semplice testimone di Geova mi aiutò a guardare la stessa organizzazione da un nuovo punto di osservazione. Non fu difficile notare che non è un’organizzazione al servizio delle persone, ma un’organizzazione con delle persone al suo servizio. Questa è una delle parole più sentite nelle conversazioni fra testimoni di Geova: Organizzazione, più di Bibbia e perfino di Gesù.

Non è un gruppo di persone veramente felici, ma di individui che eseguono ordini, seguono scrupolosamente delle regole umane, prendono per buoni insegnamenti, ideologie e subiscono passivamente il dominio di chi, secondo loro, rappresenta Dio in terra. Visti “dal basso” sembrano dei soldati, persone integrate in un personaggio preconfezionato per loro dall’organizzazione. Nella maggior parte dei casi, il testimone si sente investito di un alto incarico, in quanto portatore di luce nel mondo. Questa luce proviene dall’organizzazione ed ha un carattere assoluto. Solitamente il testimone non accetta un vero confronto con il proprio interlocutore. Ho spesso visto testimoni di Geova messi in difficoltà da obiezioni di persone ben preparate dire “tornerò un’altra volta per discutere con lei di questo” e poi non mantenere la parola data. Per i testimoni di Geova le persone interessate sono quelle se fanno domande, si accontentano delle risposte date. Chi desidera discutere le “verità” è visto come uno che è meglio lasciar perdere.

Non ci sono più individui pensanti, ma burattini la cui adesione all’organizzazione è totale. Mettere in dubbio qualche insegnamento, spesso anche solo qualche regola dell’organizzazione, suscita nello stesso testimone sensi di colpa così forti da spingerlo a reprimere ogni pensiero che non sia conforme al modello e ai codici di vita imposti. Nel tempo la stessa personalità viene repressa. La cosa a cui i più sembrano dare importanza è la visibilità nel gruppo, la reputazione da costruire, che dev’essere eccellente. Chi non viene visto come buon testimone conosce bene a cosa va incontro: l’isolamento dal resto del gruppo. Di solito, non avendo amici nel resto del mondo, pur di non perdere ogni punto di riferimento, il testimone di Geova è disposto a mentire sulla propria vita privata. Questo atteggiamento è reso ancor più necessario se si considera che la delazione è una pratica largamente diffusa fra i testimoni. Questo espediente dell’organizzazione, dove ognuno controlla il proprio fratello, aiuta a mantenere una facciata di persone dal comportamento esemplare, ma serve nel contempo alla stessa organizzazione per tenere sotto controllo i propri adepti. Ora, dal momento che la posizione di visibilità è privilegio di pochi, ne consegue che la competizione è molto forte, e chi non riesce ad emergere vive spesso in una condizione schiacciata, non solo dai divieti e dalle regole dell’organizzazione, ma dall’impossibilità di coltivare l’autostima e la gratificazione di sé stessi fuori dall’organizzazione. L’essere stato prima molto visibile e poi invisibile mi ha portato a fare queste riflessioni.

Adesso però avevo più tempo per me stesso. E ciò che leggevo dalle Scritture, in particolar modo lo spirito che aveva animato i primi cristiani era qualcosa di molto diverso da quanto vedevo nei miei “fratelli”. Non c’era la condivisione, la felicità e, soprattutto, non c’era l’Amore che il Cristo aveva tanto insegnato.

A questo mia iniziale analisi si aggiunse ciò che un altro testimone di Geova, anche lui emarginato dal resto della comunità, cominciò a dirmi. Lui si definiva membro della classe degli “unti”, coloro che andranno in cielo che, secondo i testimoni di Geova, sono complessivamente solo 144.000 persone. Tutti gli altri, me compreso, avevamo come destino la vita eterna sulla Terra trasformata in un paradiso edenico, e questo per essere venuti al mondo dopo il 1935!

Le cose che questo testimone diceva, pur essendo contrarie alla dottrina dei testimoni di Geova, mi incuriosivano sempre più. Così cominciai a frequentarlo regolarmente. Passammo molte serate in compagnia sua e di sua moglie. E, nel frattempo, approfondimmo alcuni aspetti dottrinali. Negli ultimi tempi si era sviluppato in entrambi il pensiero che forse gli insegnamenti andavano rivisti. Ma come fare? Non avevamo nessuna competenza. Convenimmo che era necessario trovare un ordine. E l’ordine fu che innanzitutto ogni credenza deve essere vagliata confrontandola con gli insegnamenti e l’esempio lasciatoci da Cristo.

I dubbi e le perplessità vennero a galla in poco tempo, era evidente che molti insegnamenti comunemente accettati dai testimoni di Geova non avevano nessun fondamento nel Vangelo, in quello della primitiva Chiesa ma erano solo il risultato della forzatura di alcuni passi biblici per giustificare certe scelte. Quando ci rendemmo conto che perfino la stessa traduzione usata dai testimoni era stata volutamente artefatta per adattarla ai loro insegnamenti, cominciò a farsi strada l’idea che, se veramente volevamo servire Dio, allora eravamo nel posto sbagliato.

Faccio alcuni brevi esempi:

  • Se Gesù disse “Non sta a voi acquistar conoscenza dei tempi e delle stagioni che il Padre ha posto nella propria autorità, perché affannarsi così tanto per riuscire a “indovinare” date impossibili? Perché tanta ansia nel proclamare prima il 1914, poi il 1918, il 1925, il 1975 come possibili date della “fine del mondo”? Senza parlare di quelle meno acclamate, come il 1941, il 1984 e altre ancora! A che pro, visto che chi serve Dio lo fa non in vista della ricompensa ma per amore e riconoscenza?

  • Se Gesù insegnò “Siete tutti fratelli… non siate chiamati rabbi né condottieri” perché erano stati istituiti nelle congregazioni gli ordini gerarchici degli anziani e servitori di ministero con ruoli predeterminati? Perché erano state escluse le donne? E perché i testimoni avevano addirittura esteso questo modo di fare frammentando se possibile ulteriormente le classi dirigenziali, inventandosi Sorveglianti di distretto, di circoscrizione, pionieri, missionari ecc…?

  • Se Gesù, che aveva definito gli scribi e farisei “progenie di vipere”, denunciandone i comportamenti pubblicamente, non si era astenuto dall’accettare inviti a pranzo ricevuti proprio da farisei, perché noi dovevamo rifiutarci di stare in compagnia e mangiare con qualcuno dalle idee diverse dalle nostre, o con un presunto “peccatore” e addirittura togliergli il saluto? Non aveva detto lo stesso Gesù “se salutate solo i vostri fratelli che cosa fate di straordinario?” E non aveva aggiunto che lui era venuto a salvare “coloro che sono persi”?

  • Se Gesù aveva, e più volte, ammonito di non giudicare gli altri, che necessità c’era di formare comitati giudiziari? E chi avrebbe potuto giudicare con libertà di parola, dal momento che siamo tutti peccatori? Non aveva insegnato a dare più valore alla misericordia piuttosto che al giudizio?

  • Se Gesù aveva detto che di tutte le pecore che era venuto a chiamare avrebbe poi formato “un solo gregge sotto un solo pastore”, perché suddividere i credenti in due classi con speranza diversa, come se fossimo servitori di serie A e serie B, stabilendo per giunta che la separazione tra le due speranze dipendeva da una data, il 1935, che nelle Scritture non trova nessun riscontro? Non aveva detto Gesù, in una parabola, che gli operai assunti nell’ultima ora sarebbero stati pagati come quelli che avevano lavorato per tutto il giorno? Quindi, perché discriminare?

Poi scoprimmo che una delle fondamentali dottrine, su cui poggia tutta l’impalcatura dell’insegnamento relativo agli “ultimi giorni”, si basa su una datazione sbagliata, e i testimoni venivano smentiti da autorevoli fonti del mondo accademico, accettate da tutti tranne che da loro. Il loro metodo di calcolo per identificare il 1914 come l’anno dell’inizio del regno messianico di Gesù si basa sulla data della prima distruzione del tempio di Gerusalemme, che loro collocano nell’anno 607 a.C. Tutti gli studiosi sono invece concordi nel collocare la data di questo evento verso il 586/587 a.C.

Queste e molte altre considerazioni ci fecero, nei mesi che seguirono, intensificare l’analisi delle dottrine dei testimoni di Geova mettendole a confronto con lo spirito del cristianesimo che potevamo “respirare” leggendo i vangeli. E fu un periodo molto emozionante, felici delle scoperte che quasi quotidianamente facevamo.

Capire improvvisamente, da soli, tante “verità” fino a quel momento tenute nascoste era meraviglioso, ma contemporaneamente anche difficile da contenere. Non potevamo tenere per noi stessi tutto ciò che scoprivamo. I primi a cui parlai furono i miei genitori, poi al resto della famiglia e infine gli amici, cominciando da quelli più intimi. Sapevamo bene che la nostra era una lotta contro il tempo e che, prima o poi, saremmo finiti bruscamente davanti al tribunale inquisitorio dell’organizzazione, che entrambi conoscevamo molto bene.

Infatti, dopo circa 4 mesi dall’inizio della nostra ricerca, cominciarono a circolare alcune voci sul nostro conto. Qualcuno era andato a riferire loro che le nostre conversazioni creavano scompiglio tra i fratelli. Gli anziani cominciarono la loro attività investigativa e, per prendermi in trappola, dissero a uno dei miei “fratelli” di fede di fingersi interessato a ciò che dicevo. Fece questo, continuando a fare domande su domande. Io, che lo credevo sincero, risposi, e una domenica di fine Giugno del 2004, un anziano mi prese in disparte e mi disse che ero stato accusato di diffondere falsa dottrina nella congregazione. L’accusatore era proprio colui che mi aveva fatto tutte quelle domande!

Il 4 luglio 2004 fui convocato davanti a 4 anziani che dovevano “esaminare” il mio caso ed eventualmente emettere un giudizio.

Ricordo ancora molto bene il giorno del comitato giudiziario.

Chiesi dov’erano i miei accusatori, che, per regola, devono presentarsi di persona ad un comitato giudiziario per formulare l’accusa. Non si era presentato nessuno, ma gli anziani avevano una lettera (che non mi fu mostrata) scritta, a loro dire, da chi mi aveva accusato. A loro, evidentemente, interessava solo “farmi fuori”, espellermi dalla congregazione, in modo da non riuscire più a parlare con nessun testimone di Geova.

Tutti gli anziani erano pronti per la mia “esecuzione“. Ma nessuno di loro era veramente preparato per affrontare una discussione con un “apostata”. Infatti commisero l’errore di provare a discutere con me sulla ragione delle mie nuove vedute, pensando di potermi facilmente raggirare.

Per esempio, uno di loro disse che siccome Giovanni 10:16 parla di “altre pecore che non sono di questo ovile” doveva per forza trattarsi di una classe di persone con speranza diversa da quella celeste, al ché io gli chiesi se conosceva il significato della parola ovile (luogo in cui si custodiscono le pecore). Siccome fu lui stesso a fornirmi la definizione del termine, mi limitai ad aggiungere che evidentemente Gesù non parlava di due speranze, e, siccome le pecore erano sempre pecore (quindi della stessa natura), ciò che cambiava era la loro provenienza d’origine, perché il primo gruppo era quello degli Ebrei naturali (infatti al v.3 Gesù evidenzia che nel primo ovile la porta gli era stata aperta dal portiere, cioè Giovanni il Battezzatore, precursore del Cristo), ma non era così per il secondo ovile, che quindi doveva rappresentare tutti i figli di Dio non discendenti dalle 12 tribù ebraiche. Non parlò più.

Un altro ancora provò a mettermi in difficoltà commentando il versetto di Apocalisse 7:9 in cui si parla della “grande moltitudine”, che, secondo i testimoni, rappresenta tutti coloro che hanno la speranza di vivere per sempre sulla terra. Risposi anche a lui, semplicemente facendo notare che la “grande moltitudine” è vista davanti al trono di Dio, che è in cielo. Infatti, quasi tutta l’Apocalisse, è stata ricevuta in visione con il diretto invito a “salire”, e chi scrisse confermò che il trono che vide “era nella sua posizione in cielo”. (Apocalisse 4: 1, 2) Aggiunsi inoltre che, non si può fare una distinzione di classi nel capitolo 7 dell’Apocalisse, in quanto Giovanni prima “ode” il numero dei suggellati, e successivamente vede una grande moltitudine che nessun uomo poteva contare. Chiesi loro se credevano di riuscire a contare una folla di 144.000 persone. Senza contare che questo numero ha un chiaro significato simbolico. Dal momento che non riusciva a contrastare le mie affermazioni, cominciò ad alzare la voce. Lo invitai a stare tranquillo e gli feci notare che avevo solo risposto alle sue domande, e aggiunsi chiedendo:

Se di fronte all’evidenza dei fatti capisci che c’è una netta divergenza fra la realtà logica delle Scritture e l’artificiosa interpretazione che ne dà il Corpo Direttivo dei testimoni di Geova, tu da che parte ti schieri?”

Mi rispose che avrebbe sempre seguito gli insegnamenti della Torre di Guardia. Fu allora che dissi:

è per questo che sono giudicato? Perché ho deciso in coscienza di farmi guidare dalle Scritture e non dalla Torre di Guardia? Se è così che stanno le cose, abbiamo sbagliato nome! Non siamo testimoni di Dio, ma della Watch Tower Society!”

Indispettito da questo affronto, prese la parola il presidente del comitato giudiziario, che, zittendo gli altri tre, disse:

Non siamo qui per discutere con quest’uomo su chi abbia ragione. La ragione ce l’abbiamo noi, e lui deve sottomettersi e riconoscere l’autorità del Corpo Direttivo o non può più essere considerato un testimone di Geova! Se non lo fa sa già quale sarà la sua fine. Ed è fortunato che non applichiamo alla lettera la Bibbia, perché per una condotta del genere meriterebbe la lapidazione!”

Quando mi lessero la sentenza di condanna, non fu citato nessun versetto biblico per convalidare la loro decisione, ma un articolo della rivista “La Torre di Guardia”, principale organo di informazione dell’organizzazione. Fecero con me una cosa piuttosto insolita. Normalmente, anche di fronte ad una espulsione, il disassociato viene informato che può, se vuole, frequentare le riunioni, a patto di non salutare nessuno, non tentare di iniziare conversazioni e di arrivare dopo l’inizio e andarsene poco prima della fine della riunione. Io fui invitato a non andare più alle loro adunanze, cosa che non feci. Almeno una volta ci andai, e per una precisa ragione. Un testimone a cui avevo perlato delle mie perplessità su alcuni insegnamenti dell’organizzazione, ragionando con me sulla mia probabile disassociazione disse:

Se ti disassociano, tu vieni in Sala del Regno, perché voglio stringerti la mano. Voglio proprio vedere se hanno il coraggio di dirmi qualcosa solo perché sono educato con te e ti saluto.”

Così, la domenica successiva alla mia disassociazione, andai alla riunione e questo signore venne a stringermi la mano. Fu disassociato per averlo fatto e per aver affermato che lo avrebbe fatto ancora.

La mia esperienza nei testimoni di Geova finì in questo modo! Una sorte simile capitò anche all’altro testimone di Geova, che fu disassociato il giorno successivo, come pure un’altra donna che ascoltandoci, aveva compreso di essere stata ingannata.

Un altro fu disassociato perché prese le mie difese e suggerì agli anziani di cercare il dialogo con i dissidenti, invece che giudicare a priori, senza conoscere i fatti.

Nei successivi giorni, settimane e mesi che seguirono la nostra disassociazione anche altri testimoni di Geova, di almeno 5 congregazioni della zona, decisero di uscire dall’organizzazione! Alla fine furono circa 40 le persone che decisero di abbandonare questo culto.

Dal momento che l’emorragia era grave, all’interno delle congregazioni della zona furono fatte circolare delle vere e proprie calunnie sul conto mio e di altri fuoriusciti. La notizia era sufficientemente scandalosa da suscitare la curiosità di molti testimoni della zona. In fondo ero stato anziano, e non solo io. Alcuni fuoriusciti erano pionieri e altri erano servitori di ministero ritenuti esemplari.

Così, approfittando del fatto che in quel periodo mia moglie era al mare con i bambini, fu messa in giro la voce che ero stato dissociato per adulterio con una pioniera regolare (anche lei dissassociata per apostasia). Di altri fu detto che erano mariti poco amorevoli, addirittura violenti con la propria moglie. La voce del mio presunto tradimento arrivò fino a Napoli, dov’era mia moglie con i nostri figli, e ancora oggi ci sono testimoni di Geova che credono che la mia disassociazione sia stata causata dall’adulterio!

Penso che i veri cristiani non farebbero uso della menzogna per far emergere la verità!

Dopo la mia disassociazione una delle prime cose che feci fu quella di procurarmi il libro “Crisi di coscienza”, scritto da Raymond Franz, ex testimone di Geova ed ex membro del Corpo Direttivo, la massima autorità dell’organizzazione. Non lo avevo fatto prima semplicemente perché non volevo farmi condizionare dal pensiero di altri uomini. Rimasi stupito e profondamente amareggiato da quello che leggevo. Capivo che ciò che io avevo sperimentato e visto in piccolo, all’interno della congregazione, era lo stesso spirito che animava quest’organizzazione anche nei suoi vertici. Ma almeno adesso ero libero.

Non è stato facile smettere di essere un testimone di Geova. Il condizionamento psicologico è così forte che ci vogliono anni di lavoro su sé stessi per uscire dagli schemi mentali a cui si è abituati. Molti non ci riescono del tutto. Altri, spinti dal rimorso dei sensi di colpa, o dal completo isolamento in cui si trovano, rientrano nelle fila. Purtroppo qualcuno sceglie soluzioni ancora più tragiche. Non si può negare che l’ostracismo sia la motivazione principale che spinge molti a tornare dentro l’organizzazione. Pur di non perdere i contatti con gli amici e i parenti, sono disposti a fare quello che serve per riallacciare i rapporti interrotti bruscamente. Non è affatto un culto dove trovi la libertà, piuttosto vieni catapultato in mondo irreale, illusorio e, pur vivendo nel mondo, non ne sei più parte. Sei uno schiavo che vive nell’illusione di essere libero. Sono riuscito a svegliarmi da questo lungo sonno, e prego Dio che siano molti quelli che riescano nella stessa impresa.

Andrea Cinel

Breve prontuario della terminologia geovista.

  • Pioniere: Il pioniere è un testimone di Geova che si assume l’impegno scritto, attraverso la compilazione di un modulo che firma, di dedicare un certo numero di ore all’attività di proselitismo che contraddistingue i testimoni di Geova. Vi sono diversi tipi di pioniere: Speciale, Regolare ed Ausiliario.

  • Sorvegliante di circoscrizione: è un anziano itinerante che viaggia di congregazione in congregazione, visitandole regolarmente un paio di volte l’anno. Una circoscrizione è un gruppo di congregazioni geograficamente vicine che mediamente contano all’incirca 800/1200 proclamatori.

  • Sorvegliante di distretto: come il Sorvegliante di circoscrizione ma con la funzione di visitare circoscrizioni. Più circoscrizioni costituiscono un distretto. Solitamente è considerato un testimone di Geova molto esperto.

  • Scuola di Addestramento per il Ministero (SAM): è corso di addestramento intensivo sulle direttive e le regole dell’organizzazione della durata di otto settimane rivolto ad anziani e servitori di ministero scapoli. Molti dei partecipanti vengono poi inviati a servire in congregazioni con carenza di nominati.

  • Anziano: è un pastore spirituale che si occupa di organizzare e coordinare le attività di una congregazione. Fra le sue attività vi sono l’insegnamento e la cura pastorale.

  • Servitore di ministero: è un assistente degli anziani. Non ha la mansione di insegnante. Si occupa di attività di tipo logistiche e assistenziali, come il rifornimento di letteratura e riviste, l’assegnazioni dei territori in cui predicare e la pulizia e la manutenzione delle Sale del Regno.

  • Sala del Regno:luogo di culto dei testimoni di Geova, sede delle attività di una congregazione.

  • Predicazione: è l’attività di proselitismo a cui deve partecipare ogni testimone.

  • Proclamatore: identifica colui che predica. Ogni proclamatore è tenuto a fare rapporto mensile della propria attività di predicazione.

  • Betel: sedi nazionali dei testimoni di Geova. Termine di origine aramaica che significa “casa di Dio”. I beteliti sono testimoni di Geova volontari che prestano servizio nelle Betel in modo gratuito.

Fuori e dentro i Testimoni di Geova

Basta con l’ostracismo geovista

Katia e la sua esperienza nei testimoni di Geova