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False memorie per eventi indotti dalla dissonanza

Abstract della ricerca

Le memorie fungono da “database” di sé e la gente spesso produce ricordi distorti che supportano le proprie auto-concezioni. Una, sorprendentemente non collaudata, possibilità è che la dissonanza cognitiva possa essere un meccanismo attraverso il quale le persone possono ricordar male il  loro passato. Abbiamo testato questa ipotesi utilizzando il  paradigma induzione/aderenza: i partecipanti hanno scelto o sono stati costretti a scrivere un saggio a difesa di posizioni contrarie ai propri atteggiamenti, sostenendo un aumento di tasse e sono stati messi in grado di ridurre la dissonanza  spostando l’atteggiamento o con la negazione di responsabilità. Essi hanno poi riferito i loro ricordi per le istruzioni sperimentali e i loro atteggiamenti iniziali (sono stati valutati due giorni prima della sessione di laboratorio). I partecipanti che hanno scelto di scrivere il saggio hanno esposto l’effetto cambiamento/attidutine e sono stati più propensi a ricordare male i propri atteggiamenti iniziali e l’istruzione sperimentale rispetto a quelli che sono stati costretti a scrivere il saggio. Nel complesso, i nostri risultati dimostrano che la dissonanza cognitiva può produrre distorsioni della memoria, riempiendo un vuoto significativo negli studi sulle motivazioni cognitive e sulla memoria.

Fonte: http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/25625288

Dissonanza cognitiva e affiliazione settaria

di Pettinicchi M.C.

Fonte: Rivista di Psicodinamica criminale

https://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:p0SrxTAOihAJ:digilander.libero.it/rivista.criminale/baccaro/rivista/2_2010.pdf+cassazione+sentenza+penale+e+condizionamento+psichico+settario&hl=it&gl=it&pid=bl&srcid=ADGEEShMhOepkaETj909Sd9tZZ3YjDCQIQkw2zrA0wHixyhna7Iv8gp2A9EsC2PSM89S1S03FYlSfe2LH3JTlOKlsXukdTtdgSJV9PmedVPichZoq-ax3xaTUXDBe1Nk0CZuXx9gzRHf&sig=AHIEtbTiJI90wd9KtNQp9MGRNwAP37yBvA
Il tema della dissonanza cognitiva fu affrontato da Festinger, psicologo sociale americano, durante una ricerca che lo vedeva impegnato nella sistematizzazione di dati raccolti nel campo della comunicazione e della sua influenza nella società. In India negli anni trenta vi fu un terremoto che sconvolse un’intera provincia. Durante questa catastrofe naturale per qualche tempo si diffusero in tutto il Paese voci allarmistiche che seminavano panico ed annunciavano nuovi e peggiori eventi. Festinger si chiese come mai in una situazione, già cosi difficile, potevano sorgere ulteriori allarmi e non si levassero, invece, voci rassicuranti che tendessero a ridurre il panico e la paura? L’autore ipotizzò che nel resto del Paese, non colpito dal disastro, le voci tendevano non a sottolineare quello la gente già sapeva e per cui era terrorizzata ma a giustificare le conseguenze del disastro. La gente non era direttamente colpita dal sisma ma vedendo ciò che accadeva intorno diffondeva voci allarmistiche che avrebbero dovuto giustificare in termini cognitivi le loro paure irragionevoli. In questa fetta di popolazione indiana il pensare a nuove sciagure prossime e imminenti giustificava il terrore che serpeggiava e che non era giustificato dal reale stato di cose, vista la lontanaza dell’epicentro dal sisma.

Da questa osservazione Festinger ipotizzò la teoria della dissonanza cognitiva.

 

L’uomo per sua natura è coerente ed ad ogni pensiero in genere corrisponde un’azione congrua allo stesso. Una deviazione dalla naturale coerenza determina una incongruenza. In una situazione del genere subentra una dissonanza cognitiva perchè l’uomo si trova di fronte alla sua consapevolezza di un elemento e che il mondo o altre realtà disconfermano. Si manifesta un’incoerenza fra ciò che pensa e ciò che il mondo intorno a sé porta. C’è un divario, un conflitto, una frattura e tutto ciò provoca un disagio psicologico.
In questa situazione dissonante l’uomo porrà in essere manovre finalizzate a ridurre la frattura o ad evitare attivamente nuove conoscenze che potrebbero aumentare la dissonanza.
Prendiamo ad esempio un comportamento banale. Ognuno sa che il fumo fa male e che trova questa informazione ben esplicitata su ogni pacchetto di sigarette ma il soggetto fuma ugualmente ma per farlo”serenamente” ha bisogno di porre in atto tutta una serie di pensieri: che il fumo uccide sicuramente meno di tutto l’ossido di carbonio presente nel pulviscolo atmosferico; che non si può vivere evitando qualunque cosa potenzialmente dannosa; che potrebbe ingrassare se smettesse di fumare e che quindi il grasso sarebbe più nocivo. Se leggiamo questi comportamenti vediamo che il soggetto si trova in una situazione di incoerenza fra ciò che pensa e ciò che fa.
In pratica quello che per logica ha saputo essere vero o molto probabile che fosse vero (la cancerogenesi del fumo) gli crea una fonte di incoerenza fra le cognizioni che sapeva e quelle acquisite successivamente ed in questa incoerenza logica viene a sperimentare un disagio psichico. Quando si vengono a creare queste incongruenze l’uomo deve trovare delle alternative logiche che gli permettono di ritrovare una coerenza cognitiva cioè fra quello che pensava e quello che successivamente pensa, a seguito delle nuove conoscenze. L’esistenza dell’incoerenza lo spinge a tentare di ridurla per ottenere una congruità logica con il suo comportamento e ricerca ogni elemento possibile per trovare nuovi spunti di cognizione che avvalorino la sua tesi sul fumo. Cercherà in poche parole delle argomentazioni congrue con ciò che fa. Questo artifizio non gli creerebbe più disagio psichico perché gli elementi congrui sarebbero più validi a contrastare l’incoerenza, fonte del disagio. L’uomo può venire a trovarsi anche in situazioni in cui la realtà circostante non corrisponde più a quella conosciuta per cui il soggetto deve trovare argomenti validi per contrastare logicamente il nuovo patrimonio di conoscenze o per screditare quello pregresso. L’uomo vive in una realtà che non è mai solo bianca o solo nera ma che può acquisire mutevolezze di forme e di contenuti per cui il pericolo di sperimentare il disagio psichico dovuto all’incoerenza è alto. Un altro esempio può essere anche quello dell’acquisto di una crema di bellezza particolarmente costosa, pur in una situazione economica precaria. Una donna acquista il prodotto e poi vede varie pubblicità che decantano la superiorità di altri. La reazione della signora, ovviamente, sarà volta a non sentire ulteriori spot per non essere messa nella condizione di pentirsi dell’acquisto o di sentire solo quelli che lo decantano per superare il conflitto. Si manifesta un’incoerenza fra ciò che si pensa e ciò che il mondo intorno segnala. In questa situazione di incoerenza l’uomo porrà in essere manovre finalizzate a ridurre la frattura o ad evitare attivamente nuove conoscenze che potrebbero aumentare l’incongruenza. Non sempre il fenomeno è momentaneo e di semplice soluzione. Sia nel caso del fumatore sia in quello della signora si potrebbero trovare diverse soluzioni. Il fumatore smette di fumare e la signora cambia il prodotto con uno meno costoso e più confacente alle sue finanze. Il fumatore finisce per convincersi che il fumo non fa male o che gli effetti positivi sono superiori a quelli negativi. Potrebbe,così, venire modificarsi la consapevolezza degli attori. La signora si convince che la notevole somma esborsata non è poi un così grave danno per l’economia familiare oppure che la sua pelle “necessita” di un’urgente e migliore attenzione. Per ottenere questi cambiamenti della consapevolezza bisogna ridurre al minimo o eliminare l’incoerenza. Ovviamente in questo percorso di rimodellamento l’individuo può incontrare delle difficoltà per cui l’incoerenza, una volta formatasi, può persistere perché non vi sono garanzie che il soggetto sia in grado di compiere il cambiamento. Il fumatore può continuare ad esserlo perché è convinto che per lui è troppo penoso non farlo,potrebbe trovare tesi a conforto che il fumo non è nocivo ma questi palliativi lo condurrebbero nella situazione di continuare a fumare pur sapendo di nuocere a se stesso. Potrebbe barcamenarsi a vita in questa incongruenza. La signora continuerà a comprare creme costose perché è convinta che altrimenti perderebbe il suo sex-appeal, potrebbe trovare delle tesi che proclamano il dovere delle donne di mantenersi giovani con ogni mezzo, anche a fronte di ristrettezze economiche. La signora continuerà a fare acquisti sconsiderati pur sapendo di farli e di arrecare danno alla famiglia ed anche costei si barcamenerà a vita in questa incoerenza. Così sarà per sempre fino a quando le due opinioni si manterranno in una situazione di equivalenza fra opposte conoscenze. Questa posizione perdurerà fino a quando un elemento di realtà eserciterà una pressione così forte da far coincidere gli elementi cognitivi pregressi con quelli di nuova acquisizione. Il fumatore potrebbe ammalarsi seriamente e quindi dovrà rivedere per forza le sue opinioni sul fumo e la signora vedrà il suo conto bancario chiuso dal marito e ridimensionare quindi le sue aspettative di bellezza ottenute con creme o artifizi chirurgici. Festinger nella sua teorizzazione sostituisce i termini “coerenza” con “consonanza,“incoerenza“dissonanza”per ridurre l’impatto emotivo del piano logico e portare la teorizzazione su un terreno più neutro. Sul piano teorico i termini dissonanza-consonanza rappresentano una coppia di elementi in relazione fra loro e che denotano il patrimonio cognitivo dell’uomo, ciò che l’uomo sa di se stesso, del suo comportamento e del suo ambiente circostante. Questi elementi di cognizione formano nell’uomo la consapevolezza del sé nell’essere nel mondo. Quando si parla di dissonanza viene immediatamente posta in relazione ad essa il termine consonanza. Essi sono in relazione reciproca fra loro e formano una coppia di elementi. In questo caso, ancora una volta, è utile definire prima le caratteristiche di ogni singolo elemento e poi prendere in esame le relazioni fra loro. Questa coppia indica il patrimonio delle conoscenze umane che potrebbe venire ad essere disconosciuto, per sopraggiunti nuovi elementi cognitivi. La consonanza rappresenta il patrimonio di conoscenze che l’uomo ha recepito dal mondo esterno. Questo termine è sovrapponibile alla consapevolezza del sé e comprende anche la consapevolezza dell’ “essere nel mondo” di matrice jasperiana (dasein analyse). Festinger ha creato il termine “consapevolezze”per rendere più dettagliato ciò che in Jasper era definito il “sè”. Le consapevolezze, dunque, rappresentano tutto il complesso delle conoscenze, delle credenze, delle azioni, dei desideri, dei sentimenti e delle opinioni. Rappresentano anche la consapevolezza dell’uomo di cos’è il mondo, dove conduce una certa azione, cosa si aspettano alcune persone dal soggetto e cosa verrebbe respinto. Il contenuto di tutti questi elementi del patrimonio cognitivo riflette la “realtà” o la codifica, essa può essere fisica, sociale o psicologica. Gli elementi cognitivi di un soggetto corrispondono per lo più a ciò che egli fa, sente o che esistono veramente nel suo ambiente. Nel patrimonio cognitivo dell’individuo le credenze, i valori e le opinioni acquistano un significato particolare per la pluralità di significati che assume la “realtà”. Queste cognizioni appaiono vere e reali in relazione all’esterno, appare,cioè, reale ciò che gli altri credono o fanno o ciò che viene esperito o che da altri viene riferito. La “realtà”, quindi, diventa significativa perché eserciterà sul soggetto pressioni e di conseguenza l’individuo cercherà di modificare i suoi elementi cognitivi a quella realtà. Si manifesta un’incoerenza fra ciò che si pensa e ciò che si apprende dal mondo circostante, creando un disagio. Dal conflitto, però bisogna uscire prendendo una decisione. Proprio per questa esigenza si viene a formare la dissonanza che si crea sempre in seguito ad una decisione. La consonanza e la dissonanza sono in relazione fra loro e pertanto sono legate da due tipologie relazionali: di non attinenza e di attinenza. La relazione di non attinenza è costituita da elementi cognitivi che non hanno attinenza fra loro e sono incongrui. Sono elementi non derivabili ed indipendenti l’uno dall’altro. Due elementi cognitivi che non sono attinenti in prima istanza possono diventarlo in altre circostanze e rivestire le caratteristiche di relazione reciproca. Ciò accade quando un elemento acquista importanza e da esso dipende l’esistenza dell’altro. Esiste una famosa casa di bellezza parigina che produce creme di altissima cosmesi. Vive in Italia una famiglia di quattro persone e la mamma è una signora non più giovanissima che si preoccupa della cura della sua persona e che farebbe di tutto per mantenere la freschezza della sua pelle. La Maison parigin e la casalinga italiana non sono elementi attinenti. La Maison progetta in Europa un battage pubblicitario di un prodotto con caratteristiche eccelse e la signora viene a conoscenza della crema, subentra in questa circostanza il vincolo di attinenza con le conseguenze note. Nelle relazioni attinenti intervengono gli elementi di dissonanza e di consonanza. Due elementi che per qualunque motivo non sono congrui e coerenti si definiscono dissonanti. Le ragioni dell’incongruità possono essere diverse, la portata e la tipologia della stessa possono essere misurate dalla cultura del gruppo di appartenenza o da quello dei pari. Consideriamo due elementi del patrimonio cognitivo di un individuo e vincolati dalla relazione di attinenza. Per la teoria della dissonanza non verranno presi in considerazione altri elementi cognitivi che sono attinenti ad uno o ad entrambi di quelli in esame ma saranno considerati solo i due dissonanti. Dei due elementi considerati se uno è derivante dall’ altro e si manifestano incongrui si determina una dissonanza cognitiva. Tornando all’esempio della signora vanitosa. Costei sa di avere difficoltà economiche ma acquista ugualmente la costosissima crema. I due elementi di cognizione sono dissonanti al comportamento e fra di loro. Il contesto di riferimento culturale può definire se il comportamento descritto e gli elementi cognitivi sono dissonanti. Se la signora appartiene ad una cultura in cui è emergente e vincolante il culto del corpo e la bellezza è uno status simbol vi sarà dissonanza se non acquista la crema. Come si vede l’influenza della cultura di appartenenza può avere il suo peso. Uguale peso, sebbene in misura minore, può avere il gruppo dei pari. Se la signora frequenta un gruppo di coetanee che sono disposte al lifting o ad altri interventi di rimodellamento fisico per conservare la bellezza non vi potrà essere dissonanza per l’acquisto, ma solo in quel contesto di pari. In questo caso si parla di consonanza fra due elementi che derivano l’uno dall’altro. Come si vede i due elementi prima dissonanti (scarsa disponibilità finanziaria ed acquisto) possono diventare consonanti ad un altro elemento quando interviene un fattore condiviso e giustificato dal gruppo. La rilevanza della relazione della dissonanza non è omogenea. Essa presenta vari gradi ed è in funzione dell’importanza e caratteristica degli elementi conoscitivi. L’importanza è, ovviamente, sottoposta al giudizio dell’individuo. La signora dell’esempio tanto più valuta indispensabile e importante il valore della crema tanto più andrà incontro ad una dissonanza cognitiva se considera le sue limitate finanze. È sempre opportuna una valutazione globale del contesto complessivo delle dissonanze e delle consonanze in relazione ad un elemento cognitivo. Il peso totale della dissonanza fra l’elemento in evidenza e le altre cognizioni del soggetto dipenderà dalla percentuale di elementi attinenti che sono dissonanti con quello che ci interessa. La signora si trova in dissonanza fra l’acquisto e le sue finanze ma che entità ha questa dissonanza? Questo dipenderà dal bisogno che sente di essere bella, dall’appoggio del gruppo dei pari, dalla posizione sociale della famiglia, dalla cultura di riferimento e dall’atteggiamento del marito. Da una valutazione globale degli elementi conoscitivi i primi due sembrano essere attinenti e consonanti.
Gli elementi quarto e quinto sono francamente dissonanti, il quarto è ambiguo perché se la signora frequenta un contesto fatto di immagine l’acquisto sarà consonante, se la stessa si trova in un contesto ove l’immagine è sottoposta a critica lo stesso elemento diventa dissonante.È ovvio che l’individuo è sottoposto ad un conflitto con disagio psichico. Quest’ultimo deve essere risolto e la signora ha varie possibilità: cambiare l’ambiente frivolo, trovare un lavoro part-time, puntare su altri accorgimenti di bellezza, patteggiare con il marito, acquistare un’altra crema o convincersi che la bellezza ha un suo corso fisiologico. Poi vi potrebbero essere altre soluzioni. L’obiettivo primario, però, di ognuno è di ridurre la dissonanza. Può succedere che la signora sia sottoposta a continui stimoli: la cultura del “dovere” di essere belle a tutti i costi, il battage pubblicitario di creme, di massaggi, di lifting, le pressioni di amiche o di parenti. La signora o cambia ambiente o cambia se stessa se non vuole andare in conflitto con il marito per la spesa costosa. Il cambiamenti di se stesso è difficile e doloroso ed a volte la modificazione del patrimonio conoscitivo interviene per pressioni esterne.
Nel caso specifico il marito non chiude il conto in banca ma inizia a corteggiare la signora come se fossero ancora agli inizi della relazione oppure la figlia maggiore della signora deve andare all’università e la crema perde di significato per la madre. Potrebbe anche accadere che gli ultimi due elementi si verificassero insieme. La dissonanza a questo punto si risolve perché il massimo della stessa è stata bilanciata, se non superata, da altri elementi di cognizione che per la signora sono più importanti. Questi concetti si attagliano al problema dell’affiliazione a gruppi cultuali emergenti.
L’affiliazione ad un culto emergente può essere sostenuta da varie motivazioni: conflitti e relazioni patologiche in ambito familiare, fragilità personologiche di base, esperienza di “no future” dei giovani, anelito ad una società migliore e non ultima la sete di denaro e di potere. Il problema che, però, si pone è come mai gli adepti, pur a fronte di teorizzazioni, per lo meno insolite, non riescono a mettere in atto una critica valida e uscire da un culto di queste tipologie. Il tema dell’affiliazione e la difficoltà ad uscire da culti, anche francamente illeciti, pone l’interrogativo se gli affiliati hanno perso ogni capacità critica o agiscono una libera scelta, per quanto errata sia. L’affiliando non si pone il problema se il culto in cui entra sia più o meno consono ma sa solo che gli offre una speranza di vita che in quel momento sa di non avere o crede di non avere. Esiste una relazione di reciprocità fra le offerte dei culti e le esigenze dell’affiliando. Al momento dell’ingresso, però, il nuovo adepto si rende conto degli elementi cognitivi dissonanti o consonanti, per quanto minimi possano apparire. Vi sono alcuni gruppi settari che esautorano la famiglia di origine di ogni potere o di qualsiasi valenza
affettiva. Il giovane si rende conto di tutto ciò ma in quel momento l’offerta non gli appare dissonante ma consonante al suo rifiuto dello stile familiare, dei conflitti fra i genitori, al suo desiderio di fuga. I culti che propongono un mondo migliore fatto di uguaglianza, di aiuto reciproco apparirebbero sì dissonanti con il resto della società ma molto consonanti con una motivazione di rinnovamento che
potrebbe spingere l’affiliando nelle loro fila. L’offerta cultuale chiliarista non apparirà dissonante ad un soggetto che attende la fine di un mondo inutile e distruttivo dell’essere umano. I culti satanici non appariranno dissonanti se propongono il raggiungimento del potere e della ricchezza in un contesto sociale in cui questo binomio è la regola e nemmeno dissonante con il patrimonio cognitivo dell’affiliato se il suo obiettivo di vita sono gli stessi del culto. Un culto che propone il potere della mente e fornirebbe gli strumenti per ottenerlo sia sulla propria e che sull’altrui mente, potrebbe apparire dissonante ma in questo caso intervengono altri fattori di consonanza che faciliterebbero l’affiliazione. Si verrebbe a creare la stessa situazione della signora e della crema e cioè essa è costosa ma ha il potere di ringiovanire la pelle. Così sarà anche per tutti gli altri gruppi cultuali a vario titolo e con modificazioni parcellari
Viene da porsi, allora, la domanda come mai il giovane non avverte le dissonanze o quanto potenti sono le consonanze? Bisogna tornare sulla relazione di attinenza e consonanza del patrimonio cognitivo. Un giovane che vive in un contesto sociale in cui in effetti alcuni valori sono stati sostituiti da altri, ad esempio la rilevanza attribuita al denaro come oggetto di scambio e non più come mezzo per vivere, l’importanza attribuita al potere come mezzo per ottenere ogni cosa e non più come strumento che regola solo le funzioni sociali, il sesso completamente avulso da qualunque tipo di relazione umana e quindi merce di scambio ed altre aree che sono evidenti a tutti, non avvertirà mai la dissonanza, anzi potrebbe solo avvertire la consonanza fra il suo patrimonio conoscitivo attuale e le proposte cultuali. Una volta entrato nel culto l’adepto potrebbe rendersi conto che quello promesso non sia poi così raggiungibile o che anche nel culto può ritrovare gli stessi conflitti da cui voleva fuggire. A questo punto subentra la dissonanza cognitiva ed il giovane agisce comportamenti tendenti alla critica o alla fuoriuscita con disagio psichico dovuto alla dissonanza. Il gruppo, ovviamente, non accetterà
questa decisione né il disagio psichico per cui metterà in opera comportamenti di pressione per ridurre la dissonanza e aumentare la consonanza. Non sono rari i casi in cui all’adepto viene pianificata in prima battuta una carriera all’interno del gruppo e se ciò non riduce la dissonanza si procede all’emarginazione fino all’espulsione con maledizione e ritorsioni per il giovane e la famiglia. Un adepto sottoposto a questo trattamento di conflitto, di dissonanza e di pressione psichica protratti alla fine potrebbe perdere la piena capacità di critica e di giudizio e per evitare questo baratro preferisce accettare quanto proposto cambiando se stesso con un patrimonio conoscitivo consonante al gruppo. Un culto chiliarista annuncia la fine del mondo per una certa data per l’intervento di angeli e tutti si
preparano a ciò e fanno donazioni consistenti di denaro ad alcuni enti finanziari perché dopo la fine del mondo il denaro non servirà più. Arrivato il giorno designato il mondo non finisce e ovviamente subentra una dissonanza cognitiva fra quello conosciuto e l’attuale conoscenza e qualcuno si domanderà il perché e chiederà la restituzione del denaro. Il capo carismatico teorizza che l’illuminazione ed il messaggio inviato dagli angeli non era stato chiaro per un disegno che sfugge alla debolezza umana e che quindi bisogna aspettare con fede un ulteriore messaggio. Le donazioni fatte saranno messe in conto nel giudizio finale e serviranno come carta di credito per l’ingresso nel mondo nuovo che attendono. Tutta la teorizzazione è appoggiata da ripetizione costante dell’enunciato con preghiere continuative. L’adepto non chiederà più l’uscita e non si sentirà nemmeno tradito perché una volontà superiore ha procrastinato la fine del mondo ed il suo denaro sarà impegnato in una giusta causa proprio per lui stesso. Una lettura di questo comportamento, alla luce della teoria della dissonanza procede per alcune tappe. L’adepto inizialmente avverte la dissonanza fra quello predicato e quello accaduto. Successivamente la pressione del Maestro elimina la dissonanza con il disagio psichico e subentra la consonanza ai nuovi insegnamenti e si risolve il disagio. In questa fase la capacità critica dell’affiliato non è inficiata per quell’argomento e per quel contesto.
Se i familiari intervengono per l’esborso di denaro agiscono sul congiunto una pressione che dovrebbe ridurre la consonanza e riportare la dissonanza con i valori del culto. A questo punto sul giovane si instaura una guerra fra due opposti filoni con l’alternarsi di dissonanze e consonanze cognitive e la capacità di critica potrebbe essere inficiata per il contesto culturale pregresso all’affiliazione.
Se, come abbiamo detto, il cambiamento degli elementi cognitivi è sottoposto a pressioni: quanto potere ha la famiglia per indurre una pressione che a sua volta predispone al cambiamento? Quanto potere avrebbe la società per tutelare un soggetto in questi circostanze?
Non è agevole dare una risposta a questi interrogativi per vari motivi: l’inviolabilità della persona, per quanto i genitori possano essere addolorati, irati, per un figlio maggiorenne è doveroso il rispetto della sua libera scelta, l’attuale normativa prevede alcune leggi che rispettano la libertà individuale. Attualmente i culti emergenti sono più visibili, è più chiara la prassi associativa ed il contesto sociale è
più attento. Un possibile ed auspicabile metodo di difesa sarebbe quello di mettere in atto una prevenzione da parte delle famiglie, del sistema educativo e dalla società in generale. Questa’ipotesi è perseguibile se gli attori suddetti entrano nell’ottica del propr0o
cambiamento. Se un giovane conduce una vita senza conflitti profondi e devastanti, se la società in cui vive non ha
falsi dei, perché dovrebbe avvicinarsi a culti che gli offrono speranze improbabili?
Bibliografia
Bertalanfy Von, Teoria generale dei sistemi, Mondadori, Cles (TN), 2004.
Festinger L., Teoria della dissonanza cognitiva, Franco Angeli Ed., Milano, 1997.
Flora G., Il plagio tra realtà e negazione: la problematica penalistica. Atti del congresso: La persuasione socialmente
accettata, il plagio e il lavaggio al cervello. Forte dei Marmi 1-2 settembre 1989.
Gulotta G.,Santi G., Dal conflitto al consenso, Giuffrè, Milano, 1988.
Jasper, Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico, Roma, 1965.
Haley J., Cambiare gli individui, Astrolabio, Roma, 1987.
Milton H., Erichson E. et al., Tecniche di suggestione ipnotica, Astrolabio, Roma, 1976.
Thom R., Parabole e catastrofi, a cura di Giorello G., Morini S., Il Saggiatore, Milano, 1980.
Watzlawick P., Pisano I., Beavin J.H., Jacson D.D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio,
Roma, 1971.

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Pettinicchi M.C, Psichiatra, Criminologo clinico con indirizzo psichiatrico- forense. Psicoterapeuta della famiglia.
Esperto dei macrosistemi organizzativi. Direttore Scientifico della Scuola di Perfezionamento Triennale in Scienze
criminologiche e Metodologie Investigative Camera di Commercio di Londra-Ciels, Padova. Professore di
Criminologia e Criminalità Internazionale- Scuola Superiore per Mediatori Linguistici Centro Universitario Pentagono-
Padova

Fonte: http://favisonlus.wordpress.com/2012/11/28/dissonanza-cognitiva-e-affiliazione-settaria

Diventare adepto di una setta

A cura della Dott.ssa Serena Giacomin

Nel corso della storia, molte sono state le sette, di varia tipologia, che sono riuscite a plasmare le menti di milioni di persone, talora anche con un alto livello socio-culturale e prive di disturbi mentali. Le famiglie degli adepti continuano a chiedersi: «Come è potuto accadere?». Molti parlano di “lavaggio del cervello”, ma appare riduttiva come spiegazione. Le trasformazioni nel modo di agire e di comportarsi delle persone coinvolte nella setta, infatti, possono essere comprese solo analizzando i meccanismi psicologici che si attivano per “autolegittimare” la correttezza del nuovo modus vivendi.

Nelle sette vengono chiaramente seguite delle regole che, secondo Cialdini (2001), sono riconducibili a strategie cognitive fondamentali:

  • impegno e coerenza: impulso ad essere coerenti col resto del gruppo;
  • reciprocità: definita dal bisogno di contraccambiare favori veri, o presunti tali;
  • riprova sociale: tendenza a ritenere maggiormente validi i comportamenti o le scelte che vengono effettuati da un elevato numero di persone;
  • autorità: le asserzioni sostenute da una figura di rilievo accrescono la loro valenza persuasoria;
  • simpatia: attraverso la costruzione di un legame di simpatia e “similitudine” tra persuasore e persuaso, è più facile ottenere esiti di modifica degli atteggiamenti.

Una setta si fonda su un modello relazionale basato sulla dipendenza dal leader e dal resto del gruppo, dove ognuno esercita sulla persona delle pressioni proponendo costantemente un modello unico da imitare. Il leader è colui che detiene il potere assoluto, definisce obiettivi e compiti ed elargisce ricompense e punizioni, con l’obiettivo di mantenere un equilibrio ed una forte coesione nel gruppo. A questo proposito Schafer e Crichlow (1996), sulla scia degli studi di Janis (1971) sul pensiero di gruppo, hanno dimostrato che in gruppi molto coesi caratterizzati da strettissimi rapporti di interdipendenza si crea una forte convinzione di moralità di gruppo, un senso di unanimità, un’autocensura, un’illusione di invulnerabilità e stereotipi negativi nei confronti di chi è esterno al gruppo (nemico). Cialdini a tal proposito ha coniato il termine “granfalloon” per indicare un processo psicologico che si attiva quando si ha la consapevolezza di appartenere ad un gruppo. La percezione di essere parte di qualcosa viene utilizzata per suddividere giusto/non giusto e dare senso al mondo. Le differenze tra i gruppi vengono esagerate, mentre la somiglianza tra i membri sono enfatizzati. Questo crea quindi una netta distinzione fra in-group (chi è un adepto) e out-group (chiunque non faccia parte della setta): ogni membro per raggiungere la desiderata “salvezza promessa” non deve far altro che comportarsi secondo le regole dell’in-group. Un comportamento diverso è considerato inconcepibile, frutto di forze avverse. Tutte le informazioni che possono contrastare quelle diffuse fra gli adepti vengono etichettate come “diaboliche” e questo induce ad una loro efficace censura. I messaggi dall’interno, invece, vengono ripetuti continuamente: diventati familiari, acquisiscono veridicità.

Forte è l’influenza del conformismo: gli adepti sono indotti all’accettazione, che porta ad un cambiamento del comportamento basato su una profonda modifica delle convinzioni. Gli studi di  Asch (1945) hanno messo in evidenza che la tendenza a conformarsi al gruppo è guidata anche solo dal semplice desiderio di essere in accordo con il gruppo, di non sentirsi diverso. La teoria del confronto sociale (Festinger, 1954), confermata dalle ricerche di Major (1994), spiega invece l’influenza esercitata dagli altri membri del gruppo affermando che paragonando se stessi agli altri, gli adepti trovano legittimazione e conferma alla correttezza del proprio comportamento. In particolare, guardiamo al comportamento altrui e lo prendiamo per buono quando siamo dubbiosi e/o la situazione è ambigua (principio della riprova sociale), il che significa che anche se un adepto avesse qualche dubbio, gli basterebbe guardare gli altri per risolvere l’incertezza, rafforzando una sorta di “ignoranza collettiva”. La  propria indipendenza e il personale modo di pensare, vengono quindi presto sostituiti da un pensiero collettivo che offre la possibilità di sentirsi in armonia con gli altri e di trovare soddisfazione ai propri desideri di salvezza, anche se ciò comporta la deformazione della realtà. Inoltre le gratificazioni, sottoforma di approvazione, appoggio e attenzioni, sono sicuramente un rinforzo alla creazione di una nuova identità.

Viene sfruttata la inoltre “tecnica della reciprocità” secondo cui se si offre qualcosa all’adepto (amore, attenzione, promessa di salvezza), quest’ultimo dovrà ricambiare in qualche modo (obbedienza). Per non far allontanare gli adepti, inoltre, si fa leva sulla paura: fuori è il luogo dove non c’è salvezza, ci sono persone malvagie che non capiscono l’importanza della loro scelta e non esiste punizione più spiacevole che essere condannati e isolati. Si crea un’obbedienza senza limiti, dovuta al riconoscimento di un potere legittimo al leader carismatico (Milgram,1963), ritenuto degno di credibilità poiché fonte di benessere. Non è possibile non conformarsi e non obbedire agli ordini dell’autorità: egli custodisce un sapere superiore e offre la salvezza sognata. Il pensiero critico del singolo viene quindi offuscato e sostituito dal pensiero del leader diffuso nel gruppo.

I leader delle sette chiedono inoltre ai propri adepti di lasciare tutto ciò che apparteneva alla loro vita quotidiana precedente. Chi entra a far parte di una setta, quindi, se mettesse in dubbio un ordine o un compito assegnato, sarebbe costretto forse a mettere in discussione ciò che vi è all’origine, creando un  disagio insopportabile (“dissonanza cognitiva”; Festinger, 1957: “un individuo che attiva due idee o comportamenti che sono tra loro incoerenti, si trova in una situazione emotiva insoddisfacente”) tutto viene così razionalizzato e giustificato.

Ruolo fondamentale ha la pre-persuasione, facilitata dalla creazione di riti, inni, linguaggi, battesimi, stili di vita caratteristici, testi, che appartengono solo alla setta e che li distingue, e che permette la creazione di un clima favorevole ai principi fondanti della setta. È come se venisse creata una nuova realtà sociale dove tutto acquisisce un nuovo significato se ricondotto alle nuove credenze. Vengono proposte continue attività, che distraggono da un potenziale pensiero personale di dubbio. Queste attività vengono inoltre proposte gradualmente: inizialmente i compiti sono poco impegnativi, per poi diventare sempre più onerosi (“tecnica del piede nella porta”). Col tempo cresce la fiducia nei confronti di chi propone i compiti e scatta un meccanismo di razionalizzazione. L’adepto, se non mettesse in atto il comportamento, percepirebbe una sensazione di disagio poiché sentirebbe di tradire un patto fatto e dovrebbe mettere in discussione il comportamento precedente, creando un’inaccettabile dissonanza cognitiva. L’adepto inoltre non potrebbe accettare una immagine di sé diversa rispetto a quella di “brava persona, che fa onore ai propri impegni”. Ciò che viene proposto è inoltre qualcosa che ha come scopo una “salvezza”, quindi non è possibile rifiutare o essere la persona che impedisce l’adempimento di ciò in cui si dice di credere fermamente. Potrebbe essere percepito come estremamente dissonante anche il dare estrema fiducia al leader e poi non mettere in pratica le sue richieste o contraddirlo.

Un potente processo di autopersuasione, infine, si attiva quando gli adepti sono inviati a fare nuovi proseliti. Nel momento in cui un adepto deve convincere dell’importanza del far parte di quella setta un’altra persona, convince anche se stesso, essendo indotto a mettere in  evidenza gli aspetti positivi della setta che giustificano il perché una persona decide di rimanerci. Nel caso in cui qualcuno ponesse delle obiezioni, l’adepto imparerebbe a creare forti controargomentazioni che possono essere utili per confutare ulteriori attacchi (“tattica della vaccinazione”) e a rafforzare così la propria convinzione. Si creerebbe una forte dissonanza, ansia e disagio, se l’adepto, dopo aver parlato molto della grandezza della propria setta, non avesse fede in essa.

Alla luce di questo, quindi, è giusto parlare di persuasione o sarebbe meglio chiamarla autopersuasione?

Fonte: glipsicologi.it