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Le caratteristiche dell’abuso emozionale

L’abuso emozionale è sfuggente. A differenza degli abusi fisici, le persone che lo perpetrano e lo ricevono possono anche non sapere ciò che sta accadendo.

Esso può essere più dannoso dell’abuso fisico perché può minare quello che pensiamo di noi stessi. Può paralizzare tutti perchè noi siamo fatti per essere quello che anche se di falso, viene di noi percepito. L’abuso emozionale può verificarsi  tra genitore e figlio, marito e moglie, tra parenti e tra amici.

L’aggressore proietta le sue parole, i suoi atteggiamenti o azioni su una vittima ignara di solito perchè non ha risolto le sue ferite infantili, che ora gli stanno permettendo di danneggiare gli altri.

 

Di seguito alcuni quesiti per verificare se si sta abusando o se si è abusati:

 

1) Umiliazione, degrado, attualizzazione, negazione,  giudizio, critica:
– Qualcuno si diverte ad umiliarti anche davanti ad altri?
– Ti prende in giro, usa il sarcasmo come modo per sminuirti o denigrarti?
– Se ti lamenti ti dice che “era solo uno scherzo” e che sei troppo sensibile?
– Ti dice che la tua opinione o i tuoi sentimenti sono “sbagliati“?
– Qualcuno ti ridicolizza regolarmente,  ti respinge, ignora le tue opinioni, i pensieri, le suggestioni e i tuoi sentimenti?

 

2) Dominazione, controllo  e vergogna:
– Pensi che una persona ti sta trattando come un bambino ?
– Ti rimprovera costantemente perché il tuo comportamento è “inopportuno“?
– Ti senti obbligato a “chiedergli il permesso” prima di fare qualsiasi cosa o di prendere anche una piccola decisione?
– Controlla le tue spese?
– Qualcuno di  tratta come un essere inferiore?
– Ti fa sentire che ha sempre ragione?
– Sottoliena le tue mancanze?
– Sminuisce le tue realizzazioni, le tue aspirazioni, i tuoi piani o anche chi sei?
– Ti danneggia con disapprovazione, sguardi sprezzanti, o con commenti svilenti?

 

3) Accuse e induzioni di sensi di colpa,  richieste o  aspettative banali e irragionevoli, negazione delle proprie mancanze :
– Ti accusano di qualcosa di artificioso nelle loro menti, nonostante tu sappia che non è vero?
– Sono in grado di ridere di se stessi?
– Sono estremamente sensibili quando si tratta di altri, ma prendersi gioco di loro o  fare qualsiasi tipo di commento a loro  lo percepiscono come una mancanza di rispetto?
– Hanno difficoltà a chiedere scusa?
– Si giustificano per il loro comportamento o tendono a incolpare gli altri o le circostanze per i loro errori?
– Ti chiamano con nomignoli?
– Ti danno la colpa per i loro problemi o per la loro infelicità?
– Commettono “violazioni di confine ” e mancanze di rispetto nei confronti delle tue valide richieste?
– Usano una freddezza emotiva e il ” trattamento silenzioso “, l’isolamento , l’abbandono emotivo o negligenza?
– Usano il broncio o la privazione di affetto?
– Non hanno voglia di soddisfare i bisogni di base e utilizzano la trascuratezza o l’abbandono come punizione ?
– Deviano sulla vittima tutte le colpe, invece di assumersi la responsabilità delle loro azioni e degli atteggiamenti?
– Non hanno notato o non gli importa di come ti senti?
– Non mostrano empatia e fanno domande solo per prendere informazioni

 

4) Codipendenza e invischiamento:
– C’è qualcuno che ti tratta non come una persona distinta, ma piuttosto come un’estensione di se stessa?
– Non protegge i tuoi limiti personali e non condividere informazioni che non hai riconosciuto?

– Manca di rispetto alle tue richieste e  fare quello che pensa sia meglio per te?
– Non ha bisogno di un continuo contatto e non ha sviluppato una rete di supporto sana tra i tuoi coetanei?
Maria Bogdanos è una coach per la salute emotiva

http://psychcentral.com/blog/archives/2013/02/20/signs-of-emotional-abuse/

 

 

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Traduzione di Lorita Tinelli

Avvertenza: Questa traduzione non è stata realizzata da traduttori professionisti, pertanto ci scusiamo per eventuali errori.

Gli articoli apparsi su questo blog possono essere riprodotti liberamente, sia in formato elettronico che su carta, a condizione che non si cambi nulla e  che si specifichi la fonte

Credere nell’immaginato: l’induzione di falsi ricordi

“Offri al popolo gare che si possono vincere ricordando le parole di canzoni molto popolari, o il
nome delle capitali dei vari Stati (…). Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di
fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri d’essere ‘veramente
bene informati’. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento,
quando in realtà sono fermi come un macigno.”
Ray Bradbury, Fahrenheit 451

 

 

Negli ultimi anni mi è capitato sovente di ascoltare racconti di esperienze di gente che appartiene o che è fuoruscita da gruppi dal potenziale umano.
Per gruppi dal potenziale umano ci si riferisce ad una serie di movimenti o aggregazioni che propongono all’uomo un radicale miglioramento delle proprie potenzialità, mediante l’utilizzo di un sincretismo di tecniche desunte dalle religioni, dalla filosofia, dalla psicologia e dalla psicoterapia, più o meno ufficiali, applicate, il più delle volte, in modo disordinato e senza controllo da persone che quasi mai hanno competenza in materia.

Tali gruppi si propongono come obiettivo la liberazione dell’uomo dai condizionamenti socio-culturali, dalle paure e dalle esperienze negative, al fine di fargli esprimere le proprie potenzialità e creatività. Ma nel concreto portano l’individuo a perdere la misura delle proprie possibilità e dei propri limiti.
E’ abbastanza solito, inoltre, trovare in questi movimenti una dimensione magica che viene trasmessa agli allievi attraverso precisi corsi e rituali iniziatici.
In tali gruppi, durante condivisioni o attività a forte impatto emotivo, è sempre più sperimentato il momento del rievocarsi del ricordo di un presunto abuso sessuale, avvenuto in un momento imprecisato dell’infanzia. Il singolo viene “convinto” che motivo per cui non ha mai avuto sino ad allora il ricordo di tale evento è la censura mediante la quale il suo incoscio si è difeso per anni
da un’esperienza così forte. Soltanto attraverso particolari esperienze evocative è possibile che i lacci della censura si sciolgano, facendo così riaffiorare quel traumatico fardello, avvenuto in età precoce.
I sostenitori di tali ‘teorie’ affermano che un’altissima percentuale di persone hanno subìto un abuso sessuale durante la propria infanzia, spesso ad opera di un parente stretto, e che tale trauma, sarebbe responsabile di tutti i loro ‘problemi’ successivi.
Nella maggior parte dei casi, le stesse persone, che si erano straziate dal dolore rievocando tale evento e descrivendolo nei più piccoli dettagli, fuoruscendo dal sistema di credenze del gruppo, hanno potuto verificare che tale evento non era mai accaduto in nessun momento della loro vita.

Giuditta (nome di fantasia), per esempio, una ventitreenne dai grandi occhi azzurri, mi racconta in questo modo il momento in cui il suo ‘mestro’ di meditazione gli permise di ricordare del suo abuso:
Ero al centro del cerchio. Il maestro mi mise le mani sullo sterno e mi disse che in quel punto c’era una tensione. Io ero ad occhi chiusi e sentivo molto dolore per la sua pressione con le dita. Avvertivo tanta tensione intorno. C’era chi piangeva, non potevo vedere chi fosse, perchè i miei occhi erano fissi nei suoi [del Maestro, nda]. Fu quello il momento in cui ricordai. Era stato mio padre ad abusare di me, proprio quando mi cambiava i pannolini. Ricordai la sua espressione, quello che mi diceva e il suo respiro affannoso. Localizzai l’evento al mio sesto mese di vita, quando mia madre aveva ripreso a lavorare e mi aveva affidato a mio padre che per un lavoro diverso poteva accudirmi a casa“.

Evelina (nome di fantasia) mi racconta:
Ero lì sul palco, davanti a tutta la comunità e lui [si riferisce al Santone, nda] mi toccava con il dito le labbra, sussurrandomi di ricordare, di ricordare, di ricordare. E fu così che ricordai lo zio. Avevo circa un anno e mia madre mi aveva accompagnato da mia nonna dove abitava anche lui. Mi aspettava in cannottiera. Lo ricordo tutto sudato e bramoso di avermi. Uscita dall’incubo
[si riferisce all’esperienza nella comunità, nda] dopo 4 anni, ho capito che mai una cosa del genere era accaduta. Quando avevo un anno mio zio era negli USA per lavoro ed è ritornato a vivere in Italia solo quando ero più grandicella, con moglie e figli. Ho recuperato oggi con lui un rapporto sereno, sebbene per anni l’ho considerato il mio violentatore.”

Com’è possibile allora che, durante gli esercizi di rievocazione, i soggetti fossero stati puntuali nella descrizione di tale esperienza? Com’è possibile che abbiano addirittura riconosciuto nel fratello, nel padre, nello zio, nel vicino di casa il proprio abusatore? Com’è possibile che taluni ricordi risalissero addirittura al periodo dei primi mesi di vita?

Sono leggittime a questo punto altre domande:
E’ possibile indurre dei falsi ricordi in una persona?
E’ possibile finire per credere ad eventi autobiografici mai accaduti? E’ possibile far credere ad una persona che nella sua vita sono accadute cose che in realtà non sono accadute per niente?
La risposta della psicologia cognitiva a queste domande è affermativa.
Tutti quanti siamo disposti ad accettare, in talune condizioni, molto più di quello che il buon senso e la logica ci farebbero supporre (Mazzoni, 1997).
Le ricerche sulla suggestionabilità hanno messo in luce come la nostra memoria sia sorprendentemente modificabile. Difatti i pazienti con varie forme di amnesia “costruiscono” memorie non vere.
Gli studi di Ceci e collaboratori (Ceci, Ross e Toglia, 1987) hanno per esempio evidenziato che i bambini spesso adottano e si appropriano dei contenuti implicitamente (o esplicitamente) suggeriti dagli adulti.
In uno degli esperimenti realizzati da questi autori, dei bambini assistevano ad una scena. Il giorno successivo gli sperimentatori facevano delle domande ai bambini sull’evento cui avevano assistito. Queste domande erano inducenti, del tipo “Ti ricordi a che ora è entrato in classe il signore che aveva una cartella rossa sotto il braccio?” quando in realtà l’uomo aveva un libro in mano.
Nel compito del riconoscimento successivo, che avveniva dopo una settimana, circa il 60% dei bambini sceglieva la risposta suggerita dall’intervistatore.
In questo caso, anche una sola domanda mal fatta ha fatto sì che la maggioranza del gruppo di bambini abbia sviluppato un ‘falso ricordo’.
Altri lavori (Bruck e Ceci, 1997; Mazzoni, 1998) hanno evidenziato come il contenuto suggerito può facilmente sostituire il ricordo dell’evento originario.
Se in una serie di colloqui viene ripetuto lo stesso contenuto “non vero” (per esempio mediante la stessa frase o con la stessa domanda induttiva), i soggetti arrivano a ricordare episodi mai realmente accaduti nella loro vita.
Mesi di interviste, colloqui, domande, suggerimenti, possono produrre una sorta di “narrazione collettiva ” di eventi mai accaduti (Elizabeth Loftus, 1995).
Durante un esperimento, per esempio, venivano scelti degli adolescenti che sostenevano di non essersi mai persi in un centro commerciale da piccoli e la cui versione veniva confermata dai genitori, e si chiedeva a ciascuno di immaginare la scena che si sarebbe potuta verificare in caso si fossero davvero persi. Si suggeriva loro di immaginare con chi fossero, dove si trovassero, cosa stessero facendo fino al momento in cui si perdevano. Veniva loro detto che tale racconto era ricordato dal proprio fratello o sorella. Dopo qualche tempo si chiedeva a ciascuno di ricordarsi qualcosa su quando si era perso da piccolo al centro commerciale. A questo punto gli adolescenti sostenevano che era molto probabile che si fossero persi realmente e addirittura ricordavano aspetti dell’evento.
Altre ricerche hanno evidenziato quanto la gente sia più facilmente suggestionabile quanto più l’inganno mnemonico si riferisce ad eventi che coinvolgono il proprio corpo (Ornstein, Gordon, Laurus, 1992).
In un lavoro realizzato con un campione di bambini, Bruck, Hembrook e Ceci hanno dimostrato che durante delle interviste a bambini, ripetendo delle informazioni errate rispetto ad una visita medica, sono stati determinati dei falsi ricordi in loro.
Difatti durante l’esperimento ai bambini, la cui visita medica era stata videoregistrata, veniva suggerito nel corso di tre interviste successive, che il medico li aveva toccati in un certo modo, quando questo non era vero e il video lo testimoniava. Ebbene, alla quarta intervista i bambini spontaneamente tendevano a riportare di essere stati toccati dal medico nel modo che era stato suggerito loro tramite l’intervista.
Spiega la professoressa Mazzoni: “Il ricordo è il prodotto dell’attivazione di aree del cervello contenenti informazioni codificate nel tempo . Il nostro cervello memorizza solo elementi di un episodio, non tutti i dettagli , come avviene in un filmato. Eppure nell’attivare la memoria, inconsapevolmente, riempiamo i vuoti , inserendo elementi che per noi ‘hanno senso’ in quel contesto, anche se non sono accaduti realmente. Per esempio, stereotipi e pregiudizi vengono utilizzati per riempire i vuoti e un testimone ‘ricorderà’ che il ladro era una persona di colore se il suo stereotipo è che la maggioranza dei furti vengono commessi da persone di colore“.

La memoria, dunque, riserva molte insidie.

Gullotta, precisa che “I nostri occhi e le nostre orecchie, sono organi sociali, non oggettivi. Capita spesso che noi vediamo o
ascoltiamo ciò che ci aspettiamo di vedere e ascoltare“.
Gardner (2004) denominò la sindrome da falso ricordo quel disturbo psichiatrico che  compare nell’età adulta e che colpisce soprattutto i soggetti di sesso femminile.
La manifestazione principale è la convinzione di essere stati abusati sessualmente durante l’infanzia da parte di un familiare o comunque di una persona molto vicina, anche se tutto questo non trova alcuna corrispondenza nella realtà.
Secondo gli studi di Brainerd e Reyna (2005), tale ricordo si sviluppa nel corso di una “psicoterapia” più o meno riconosciuta. La sindrome è caratterizzata dalle seguenti manifestazioni:

-la convinzione persistente di essere stati abusati sessualmente nell’infanzia
-il ricordo di elementi impossibili e/o assurdi
-la convinzione che il presunto abusante è un membro della propria famiglia
-la convinzione che altri membri della famiglia abbiano favorito l’abuso sessuale
-la convinzione di aver rimosso per lungo tempo tali ricordi
-la rievocazione delle memorie di abuso nel contesto di un percorso caratterizzato da tecniche
simil-ipnotiche impiegate per recuperare i presunti ricordi “rimossi”
-la convinzione che i ricordi felici dell’infanzia siano falsi
-altre manifestazioni psicopatologiche (isteria, paranoia, problemi sessuali, disturbi dell’umore,
disturbo di personalità multipla, disturbo post-traumatico da stress).
Nell’insorgere della sindrome da falso ricordo, un ruolo di primo piano viene rivestito dal terapeuta o comunque da chi consapevolmente o meno alimenta l’ossessione del soggetto che ha di fronte, inducendolo a scambiare la sua attività immaginifica in produzione di ricordi.
Lo stesso Freud nella sua Autobiografia del 1924 scriveva:
Prima di proseguire oltre nella valutazione della sessualità infantile, devo por mente a un errore del quale fui vittima per un certo periodo e che per poco non compromise irrimediabilmente tutta la mia opera.
Sotto la spinta del procedimento tecnico che usavo allora, la maggior parte dei miei pazienti riproduceva scene della propria infanzia che avevano come contenuto la loro seduzione sessuale ad opera di una persona adulta. Le donne attribuivano quasi sempre la parte del seduttore al proprio padre.
Affidandomi a tali comunicazioni dei pazienti, supposi di aver trovato l’origine delle successive nevrosi in questi episodi di seduzione sessuale risalenti all’età infantile. Alcuni casi nei quali tali relazioni col padre, lo zio o un fratello maggiore si erano protratte fino ad anni di cui il ricordo era rimasto vivido, mi rafforzarono nel mio convincimento (…).
Ciò accadeva in un’epoca in cui io stesso facevo violenza al mio senso critico per costringerlo a essere imparziale e ricettivo dinanzi alle molteplici novità che ogni giorno andavo scoprendo.
Quando in seguito mi vidi invece costretto a riconoscere che tali scene di seduzione non erano mai avvenute in realtà, ma erano solo fantasie create dall’immaginazione dei miei pazienti – e magari anche suggerite da me – rimasi per un certo periodo assai disorientato.
La fiducia nella mia tecnica e nei miei risultati subì un fiero colpo: a rintracciare quelle scene ero giunto per mezzo di un procedimento tecnico che reputavo ineccepibile e il contenuto di esse era palesemente correlato con i sintomi da cui era partita la mia indagine.
Tuttavia una volta riavutomi fui subito in grado di trarre dalla mia esperienza le giuste conclusioni: i sintomi nevrotici non erano collegati direttamente a episodi realmente avvenuti, ma piuttosto a fantasie di desiderio, per la nevrosi la realtà psichica era più importante della realtà materiale” (pp. 51-52).

Secondo Gardner, malgrado la rilevanza del ruolo di un induttore di tale falso ricordo, il soggetto affetto dalla sindrome appena descritta difficilmente riconoscerà l’influenza giocata da questo, bensì sosterrà che i ricordi di abuso sono emersi indipendentemente dall’attività di altri (fenomeno del pensatore indipendente). Nei racconti dei soggetti affetti da tale sindrome, si
individuano scenari presi a prestito con l’uso di espressioni linguistiche tipicamente tecniche  (“ho rimosso”, “sto negando”, etc) imparati durante il percorso di interiorizzazione.
Altre caratteristiche sono
-l’assenza di ricordi positivi relativi alla relazione con il presunto abusatore
-la convinzione che i ricordi di aspetti positivi dell’esperienza col presunto abusatore siano una
sorta di copertura dell’orrore realmente vissuto (reinterpretazione retrospettiva)
-assenza dei sensi di colpa per l’azione di denigrazione del presunto abusatore

La memoria autobiografica rappresenta uno dei sistemi più importanti della nostra mente per la costruzione del Sè (Ribot, 1882; Galton, 1892; Fitzgerald, 1986), determinando rappresentazioni in continua evoluzione anche in rapporto all’immagine di sè che dagli altri viene riflessa.
La ricerca contemporanea individua nei lobi frontali la capacità anamnestica, tant’è che nei casi di lesioni a tali lobi non solo porta a difficoltà nel recupero della memoria autobiografica, ma anche ad una scorretta valutazione delle memorie recuperate (Schacter ed altri).
In assenza di lesioni dei lobi frontali i ricordi errati vengono accettati come veri quando i meccanismi preposti a valutare la plausibilità e probabilità sono deficitari o quando la valutazione di plausibilità e di probabilità fanno protendere verso un’attribuzione del ricordo quale vero (Mazzoni, 1997).
La nostra memoria è quindi malleabile e modificabile. E c’è chi ne approfitta.
George Orwell nel suo 1984 descrive un Ministro della Verità preposto a riscrivere la storia negando l’accesso ai veri episodi precedenti. Ogni volta che il Grande Fratello lo desidera, il Ministro della Verità modifica la storia e tutti devono ricordare l’attuale e non il pregresso. E’ impedito a tutti di ragionare e di porsi le domande necessarie per confronti e delucidazioni. La Verità è quella del momento.

Fortunatamente, però, fuori da certi contesti così fortemente persuasivi, l’individuo nella maggior parte dei casi possiede un sistema di valutazione in grado di distinguere un vero ricordo da uno falso.
Morpheus dopo aver ricoverato Nemo nel suo hovercraft gli sussura: “Se ci fanno male gli occhi mentre guardiamo la realtà, è soltanto perchè non li abbiamo aperti”.

Dr.ssa Lorita Tinelli
12 Luglio 09

 

Bibliografia

1. Barresi F., Sette religiose criminali, dal satanismo criminale ai culti distruttivi, Edizioni Edup, Roma, 2006
2. Boschetti C., Il libroo nero delle sette in Italia, testimonianze e documenti shock sul volto oscuro delle religioni , Newton Compton Editori, 2007
3. Cadei B., Sette e nuove religioni, che fare? Un’introduzione pratica, Edizioni Dehoniane, Bologna, 1998
4. Gulotta G., Cavedon A., Liberatore M., La sindrome di alienazione parentale. Lavaggio del cervello e programmazione dei figli a danno dell’altro genitore , Giuffrè Editore, 2008
5. Lifton R. J., Thought Reform and the Psychology of Totalism, 1961
6. Mazzoni G., Lombardo P., Malvagia S., Loftus E. F., Creating false memories: the effect of
clinical interpretation , Wuersburg, ESCOP, 1996
7. Schacter D. L. (in press), Illusory memories: A cognitive neuroscience analysis. In Mazzoni G., Nelson T., Moni toring and control processes in metacognition and cognitive neuropsychology, Hillsdale, N. J., Erlbaum (1997)
8. Orwell G., 1984, Oscar Mondadori, 1985
9. Orwell G., La fattoria degli animali, Oscar Mondarori, 1983
10. Re S., Mindfucking. Come fottere la mente. Castelvecchi, 2007
11. Tinelli L. Capacità mnestiche e induzione di falsi ricordi, Pro Manoscripto, 2000
12. Tinelli L. Memorie e false memorie, in I mille volti degli abusi, AA.VV., Editorba, 2006 (dispensa
multidisciplinare)
13. Tinelli L. Abuso psicologico e Controllo mentale, in Leadership Medica, 2000
14. Watzlawick P., Beavin J. H., Jackson D. D., Pragmatic of Human Communication, 1967
15. Wakefield H., Underwager R., Personality characteristics of parents making false accusations of sexual abuse in custody dispute, Issues in Child Abuse Accusations 2(3), 1990, pp. 121-136

Abuso psicologico e controllo mentale

 

Definizione

Ci sono parole, azioni, comportamenti, interazioni che nessuna legge punisce, ma che possono risultare fortemente lesivi per una persona.

Questo tipo di violenza, definita psicologica (definizione vaga e per ora scarsamente codificata), riguarderebbe diverse situazioni, tanto di tipo carenziale, quanto di tipo attivamente lesivo, che colpiscono il benessere emotivo e psicologico della vittima. La provocazione continua, l’offesa, la disistima, la derisione, la denigrazione, la svalutazione, la coercizione, il ricatto, il silenzio, la privazione della libertà, la menzogna e il tradimento della fiducia riposta sono solo alcune forme in cui si manifesta la violenza psicologica.

Per parlare di abuso psicologico è necessario che una o più di queste dimensioni siano sufficientemente pervasive, da poter essere considerate caratteristiche delle interazioni e da far sorgere serie preoccupazioni in merito al funzionamento e alle condizioni emotive della vittima.

Ambiti di attuazione della violenza psicologica

La violenza di tipo psicologico si esplica in vari ambiti, domestico, lavorativo e sociale, ed è dunque caratterizzata da un tipo di relazionalità aggressiva che può essere o meno accompagnata da situazioni di maltrattamento fisico o sessuale, e che si connota per il carattere particolarmente minaccioso dell’approccio relazionale.

L’aspetto che distingue tale situazione da altre che per altro verso potrebbero essere definite nello stes-so mo-do, è rappresentato da un atteggiamento violentemente intrusivo da parte dell’aggressore nei confronti dell’aggredito, che può essere un partner debole o più frequentemente un figlio, oppure, un discente, un collega di lavoro…

La violenza psicologica che si perpetua nell’ambito familiare è quella maggiormente riconosciuta anche dal punto di vista giuridico.

Recenti sentenze hanno difatti sottolineato le caratteristiche della violenza psicologica domestica e i suoi effetti sulla relazione.

Una sentenza della Corte d’Appello di Torino, sezione I civile (RG. 895/99), per esempio ha attribuito il fallimento di un matrimonio alle violenze psichiche che il marito infliggeva alla moglie:

“E’ emerso infatti che il comportamento tenuto dallo S. ha comportato per tutta la durata del rapporto, offesa alla dignità dell’altro coniuge, in considerazione degli aspetti esteriori con cui era coltivato e dell’ambiente in cui era esternato, ed è stato oggettivamente tale da cagionare sofferenze e turbamenti, lesioni all’immagine ed offese pregiudizievoli della personalità del coniuge, con atteggiamenti di disistima e comportamenti espulsivi, particolarmente gravi per i toni sprezzanti ed in quanto esternati alla presenza dei componenti del gruppo parentale e amicale, benchè la moglie tentasse, in tali occasioni, di ricomporre le fratture. Lo S. ha dunque tenuto nel corso del rapporto una condotta offensiva ed ingiuriosa sotto plurimi profili. (Dalla sentenza, pag. 36).

La sentenza ha denominato tali metodi di attacco alla stima personale con il termine mobbing (pag. 45 della sentenza), addebitando la responsabilità della separazione al marito.

La Sesta Sessione Penale della Corte di Cassazione (3750/99) ha sostenuto che l’uomo che rende la vita impossibile alla ex moglie, sottoponendola ad ogni tipo di molestie e vessazioni, è punibile con il carcere, perché viene meno ai doveri di rispetto reciproco ai quali è tenuto anche se separato, a nulla rilevando il fatto che sia cessata la convivenza. Con questa affermazione ha respinto il ricorso di un signore separato che aveva tormentato la ex moglie con ogni tipo di molestia (foratura di gomme dei pneumatici, minacce) e per questo era stato condannato dalla Corte di Appello di Venezia per il reato di maltrattamenti in famiglia. Secondo la Suprema Corte, infatti, è vero che i singoli comportamenti tenuti dall’uomo costituivano di per sé reato (minacce, ingiurie, danneggiamento, etc.), ma quando la sottoposizione dei familiari, “ancorché conviventi”, ad atti di vessazione continui e tali da cagionare agli stessi intollerabili sofferenze presentino “il connotato dell’abitualità”, tutti i singoli episodi costituiscono espressione di un “programma criminoso” unitario, e quindi configurano il più grave reato previsto dall’art. 572 del codice penale.

Quindi vessazioni, minacce, ingiurie, danneggiamenti, ecc. continuativi all’interno di una relazione sono segnali di abuso psicologico.

La violenza psicologica si consuma anche nell’ambiente lavorativo. Il mobbing (dall’inglese To mob = assalire tumultuosamente) difatti è una chiara forma di violenza psicologica, definita anche terrore psicologico, esercitata sul posto di lavoro attraverso attacchi ripetuti di colleghi o superiori.

Il mobbizzato (vittima del mobbing), spesso, inconsapevolmente entra in un circolo relazionale vizioso che lo vede vittima di una sottile e diabolica aggressione da parte di un carnefice. Gli attacchi però non sempre sono eclatanti, e la vittima non è subito in grado di identificare chiaramente quello che gli sta succedendo: cattiverie, pettegolezzi…sono ritenuti regole del gioco e sdrammatizzate da parenti e amici a cui vengono raccontati. Così l’individuo inizia a provare senso di inadeguatezza, di colpa per non riuscire ad essere migliore e quindi inattaccabile. Non riesce subito a mettere in relazione il fastidioso mal di testa, la difficoltà di digestione, gli attacchi d’ansia…con lo stillicidio quotidiano di diffidenze, maldicenze e rimproveri gratuiti che riceve. Finisce spesso per attribuire a se stesso la responsabilità delle sue difficoltà di adattamento all’ambiente lavorativo. I disturbi psicosomatici e i danni alla stima della persona sono inevitabili.

Si passa dunque da un tipo di relazione simmetrica ad una relazione complementare fissa, in cui la vittima assume il ruolo di sottomesso (one-down).

Una delle forme più invasive dell’abuso psicologico è il controllo mentale o persuasione distruttiva, che il carnefice mette in atto nei confronti della vittima designata. La persuasione, o controllo mentale rappresenta lo sforzo di condurre una persona verso una direzione voluta, con mezzi diversi dalla forza (nel caso della violenza psicologica nel mondo del lavoro, il carnefice desidera portare al licenziamento la vittima; nell’ambito domestico o relazionale, l’obiettivo è di annientare psicologicamente il più debole). La persuasione distruttiva viene preparata secondo un programma preciso e nascosto, mediante il controllo strategico dei bisogni dell’altro.

Un ambito in cui si sviluppa ampiamente tale forma di relazione pervasiva, ma in modo molto più subdolo, è quello di appartenenza ad un gruppo ad ideologia radicale o settaria. La convinzione che un “profilo psicologico” caratterizzi i membri dei gruppi radicali è errata. Diversi fattori operano simultaneamente all’istante del reclutamento. Affinchè un individuo venga reclutato con successo, diventano importanti i seguenti fattori: convinzioni ed atteggiamenti precedenti, natura della strategia del gruppo persuasivo, variabili sociali ed ambientali, particolari bisogni dell’individuo in quel preciso momento.

Esistono dei gruppi altamente specializzati nelle tecniche di reclutamento che mescolano psicoanalisi, religione, scienza e pratiche iniziatiche per creare acquiescenza nell’individuo. Spesso aggirano le difese mascherandosi da scuole di formazione o corsi specialistici per operatori e manager. Tali gruppi, oggi molto “di tendenza” sono legati al variegato mondo della New Age.

Il lungo rapporto che il Dipartimento di pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno ha inviato alla Commissione Affari Costituzionali della Camera punta il dito in particolar modo su questi tipi di gruppo, definiti “psico-sette” o “autoreligioni”, che agiscono anche nella nostra nazione con metodi reclutativi altamente aggressivi e lesivi.

Il rapporto sostiene difatti che “nella fase di proselitismo e in quella di indottrinamento tali gruppi usano sistemi scientifici studiati per aggirare le difese psichiche delle persone irretite, inducendole ad atteggiamenti acritici e obbedienza cieca”.

Per quanto questi gruppi sostengano di agire per garantire il benessere personale e psicologico degli individui, la sola cosa che ottengono con indiscutibile successo è di raccogliere enormi somme di denaro per i loro capi.

Nel rapporto del Ministero degli Interni difatti si legge tra l’altro: “Coloro che decidono di proseguire la terapia, sono indotti a frequentare corsi sempre più onerosi, durante i quali sono sottoposti a stress fisici (lavori logoranti, diete ipervitaminiche e ipoproteiche) e psicologici (letture forzate, pressioni e intidimidazioni)”. Contro organizzazioni di questo tipo, sottolinea il rapporto, l’azione penale rischia di non avere strumenti sufficienti: non esiste ancora il reato di “aggressione alla liberta” psichica e non è più previsto quello di plagio.

Il mantenimento all’interno del gruppo viene garantito da una serie di tecniche. Molti di questi gruppi utilizzano anche l’ipnosi di massa, che favorisce una attenzione di tipo estatico e, infine, obbedienza. Strumenti di ipnosi sono la preghiera o la ripetizione di frasi ritualistiche o mantra. Le parole utilizzate in queste cantilene non devono però essere significative per essere efficaci. La psicologia ha difatti dimostrato sperimentalmente che le parole senza senso sono più facilmente ricordate che non quelle dotate di senso. Questo perché le parole senza significato hanno un contenuto meno associativo e inibitorio di quelle significative.

Altra tecnica funzionale al controllo mentale ed efficace al mantenimento dell’individuo nel ruolo di vittima è la manipolazione della colpa: qualsiasi lacuna nella vita del culto viene attribuita ad una qualche falla tra i devoti. Quando un membro comincia a mettere in dubbio che i suoi bisogni trovino veramente una soluzione, le sue proteste verso i leaders generano soltanto accuse secondo cui egli stesso è responsabile delle proprie difficoltà (così come avviene per il mobbizzato nel mondo del lavoro). Addirittura un membro impegnato arriva a credere davvero che la sua insoddisfazione sia dovuta al proprio modo di agire. Come un bambino non può immaginare che i suoi genitori possano usargli violenza, un membro del culto può condannare solo se stesso per le esperienze negative.

Il processo di colpevolizzazione è un circolo vizioso: il considerevole numero di suicidi tra i membri del culto suggerisce che l’unica soluzione a questo dilemma sia l’autodistruzione.

Effetti dell’abuso psicologico

Nell’anno 1999 alle sedi del nostro Centro (Ce.S.A.P.) si sono rivolti 763 utenti, che hanno denunciato situazioni di abuso psicologico: il 16,4% (pari a 125) nell’ambito domestico, il 18,4% (140) nell’ambito lavorativo, mentre il 57% circa (436) ha portato alla nostra attenzione un problema di controllo mentale a causa di un’adesione ad un culto personale o di un proprio parente. I contatti solitamente avvengono per via telematica (605 e-mail di richiesta in un anno) oppure per telefono (65 telefonate) o per contatto diretto con i nostri operatori (93 visite).

L’età media dei richiedenti è di 43 anni circa, si tratta il più delle volte di donne (55,5%), coniugate (76% circa). Solitamente denunciano esperienze lunghe di abusi, vessazioni, lesioni ai propri diritti, dirette o indirette.

Si tratta di numeri dolorosi, minacciosi, indicativi della gravità del fenomeno, del quale lasciano però intuire dimensioni ben più ampie.

230 delle richieste pervenute sono state prese in carico dai nostri professionisti per:

– Psicoterapia (25%)

– Terapia medico/farmacologica (5%)

– Cause di separazione legale (56,5%)

– Interventi educativi su minori (10,5%)

Gli utenti presi in carico si distinguono in vittime dirette di un abuso perpetuato in uno degli ambiti sopracitati e in parenti delle vittime. I primi spesso non giungono a chiedere aiuto spontaneamente, ma sono spronati a farlo da amici o parenti. Sono diffidenti e molto aggressivi, all’inizio, in quanto non hanno più alcuna fiducia nella relazione. Il senso di violazione personale è indescrivibile.

Se hanno avuto un’esperienza in un culto distruttivo, appaiono arrabbiati, delusi e il più delle volte non desiderano sentir parlare di argomentazioni spirituali. In casi più rari, invece, la rabbia di essere stati ingannati è tale che le vittime più che rivolgere una richiesta d’aiuto desiderano acquisire quante più informazioni possibili sul culto di cui facevano parte, al fine di vendicarsene (in special modo se all’interno hanno dovuto lasciare una persona cara), oppure desiderano sporgere immediatamente delle denunce.

La maggior parte di loro presenta dei problemi di carattere emotivo e in alcuni casi disturbi mentali veri e propri. L’adesione ai culti distruttivi, per esempio, o il perpetuarsi di una distorsione nella relazione agevolano lo strutturarsi di una serie di problemi fisici e mentali (si comincia col manifestare disturbi di tipo psicosomatico, disordini alimentari, fino a giungere a disturbi di tipo psicotico, depressione cronica, alcoolismo…). Spesso gli ex aderenti ad un culto distruttivo risentono, a distanza di tempo, dei ricatti e delle vessazioni ricevuti dal resto del gruppo di appartenenza, nel momento in cui si sono allontanati o sono stati costretti ad allontanarsene. I culti distruttivi funzionano secondo la politica del Chi è fuori è un nemico!

Molti sono i tentativi di suicidio, specialmente perché la vittima spesso non si sente supportata nel suo dolore da nessuno, non trova via d’uscita e crede che la colpa della sua esperienza negativa sia esclusivamente sua.

Diverse sono le cause di separazione, specie quando l’altro coniuge è ancora all’interno del culto. Le cause non sono semplici, specie quando di mezzo ci sono i bambini. Spesso il coniuge-adepto, in questi casi, mette in moto una serie di meccanismi e strategie di denigrazione dell’altro (l’apostata) con accuse gravi, fino a trasformare le cause da civili a penali. L’adepto ha la tendenza a volere l’affidamento del proprio figlio al fine di tenerlo ancora nel gruppo e soprattutto lontano dall’altro che rappresenta nella sua mente satana. Nel quotidiano le vittime sostengono di non riuscire a rendere più nel loro lavoro o impegno, provano vergogna e ancora sensi di colpa, anche a distanza di tempo. Uno di loro una volta ha asserito di sentirsi in colpa per aver buttato 20 anni della sua vita in un culto, anni in cui aveva vissuto non vivendo.

I familiari delle vittime, specialmente quelli degli aderenti ai culti distruttivi, che sono coloro che più facilmente si rivolgono ai centri di aiuto, sviluppano una sorta di relazione di co-dipendenza, con il proprio caro, adepto. Dopo aver fatto diverse esperienze di fallimento iniziali, in cui hanno tentano di risolvere la situazione con le sole proprie forze, tendono a negare il fatto, quando sono di fronte al loro caro intrappolato, mentono per non affrontare la situazione, perché temono di non rivederlo più, sono spesso accondiscendenti, ma covano dentro tanta rabbia, depressione e risentimento che contribuiscono ad alimentare la loro frustrazione e impotenza.

Spesso ci chiedono aiuto per ricevere un miracolo dall’esterno, più che animati da desiderio di impegnarsi nei tentativi di recupero. Alcuni di loro, si mettono in contatto con tutte le associazioni e i professionisti di cui hanno sentito parlare su giornali o in TV, in Italia e all’estero, e contemporaneamente rivolgono a tutti richieste d’aiuto. In questo modo rendono molto più complessa l’azione di intervento, per il dispendio di energie. Anche i familiari delle vittime sviluppano malattie psicosomatiche dovute a disturbi connessi allo stress che vivono quotidianamente.

Metodi di aiuto e di recupero Nel corso della nostra esperienza abbiamo sviluppato metodologie sempre più specifiche di aiuto e recupero da abuso psicologico.

Le vittime entrano in contatto con i nostri operatori, i quali hanno il compito di verificare la natura della richiesta e a seconda dei casi inviarli al professionista più adeguato (medico, psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, avvocato, pedagogista). Fanno parte del nostro gruppo anche ex vittime, che sono a disposizione nelle varie fasi di recupero con la loro personale esperienza nell’ambito specifico.

Una volta presi in carico, viene richiesta a ciascuno la redazione di un memoriale della propria esperienza, che aiuta sia loro sia gli operatori a focalizzare razionalmente la storia passata.

Il sostegno informativo è un’altra fase essenziale per il processo di recupero: gli operatori spesso mettono a disposizione dell’utente tutto il materiale necessario a comprendere meglio l’esperienza passata (libri e documenti dei culti, sentenze, circolari…) e le ex vittime provvedono a fornire particolari dello loro esperienza.

Questo tipo di aiuto emotivo è molto importante sin dal primo contatto.

Gli utenti chiedono subito se la loro esperienza è singolare o c’è qualcun altro che l’ha vissuta e se esiste questa possibilità chiedono immediatamente il contatto. Quando i vari utenti sono presi in carico dagli esperti, alcuni di loro contemporaneamente ricevono supporto emotivo mediante i gruppi di auto-aiuto. I gruppi di aiuto sono luoghi dove elaborare la propria guarigione, dove parlare di traumi passati con persone che hanno fatto la stessa esperienza e che sono state formate a dare sostegno.

Dal gennaio 2000 è stato attivato un gruppo di auto-aiuto per vittime di culti distruttivi, al quale hanno aderito 15 persone. Grazie al successo di questa iniziativa a settembre saranno attivati altri gruppi per vittime e familiari di vittime di culti distruttivi e di mobbing.

Quando le vittime sono riuscite a risolvere il loro problema, hanno sviluppato nuovi modi di comunicare con se stessi e con gli altri ed hanno recuperato fiducia nel prossimo, la maggior parte delle volte desiderano offrire la propria esperienza al servizio degli altri.

Lorita Tinelli

Presidente CeSAP

© Leadership Medica Anno XVI – No. 06.2000

Psychological abuse and mental control

 

It’s going on our survey about mental control and the activity of sects that devote to this kind or practices. In this issue we host the contribution of two CeSAP’s researchers- that is the Study Centre on Psychological Abuses – and an interview of Luisa Miccoli to a victim of moral subjugation that saved by a miracle from the annihilation and is still upset by the experiences she lived.

As the deepening of these problems goes on, it is ever more evident the range these phenomena reach in our country.

Definition

There are words, actions, behaviours, interactions no law punishes, but that may result heavily injurious for persons. This kind of violence, defined as psychological, concerns several situations: the continuous provocation, the offence, the disrespect, the derision, the emotional blackmail, the silence, the deprivation of freedom, the mendacity, the betrayal of the reposed trust are only some of the forms the psychological violence may shape into.

To talk about psychological abuse it is required that one or more of these aspects are enough pervasive.

Actuation range of the psychological violence

The psychological kind violence manifests in several places, home, work and society, and so it is featured by a kind of aggressive relationship that can run along with a situation of physical or sexual ill-treatment, and that is featured by a especially threatening relationship approach.

The aspect that distinguishes such situations from others that on the other side could be defined the same way, is represented by the strongly violently intrusive behaviour put in act by the aggressor against the attacked person, that may be a weak partner or more often a son, or a pupil, a colleague…

The psychological violence put in act in families is the most acknowledged by the juridical viewpoint.

Early sentences underlined the characteristic of the home psychological violence and its effects on relationships.

A sentence by the Court of Appeal at Turin, I Civil Section, (RG. 895/99), for example attributed the failure of a marriage to the psychological violence the husband practiced over his wife:

“Indeed it emerged that the behaviour hold by S. produced for all the relationship duration, offence to the dignity of the other partner, as regard to the outward aspect by which it was cultivated and the range it was expressed, and it was objectively such to cause pains and upheaval, injury to the image and prejudicial offences to the personality of the partner…”.

The sentences denominated such methods of attack against the personal estimation using the term ‘mobbing’, charging the husband the responsibility for divorce.

The Sixth Crime Section of the Court of Cassation (3750/99) supported that the man that makes life impossible for the ex-wife, subjecting her to any kind of annoyance and vexation, is punishable with detention, for he does no perform the reciprocal respect duties he must perform even if divorced, not standing out the fact the cohabitation is over. By this assertion the court rejected the appeal of a divorced man that had tormented his ex-wife with any kind of annoyance (puncturing tyres, menaces) and for that he was condemned by the Court of Appeal of Venice for the crime of ill-treatment in family. So continuative vexations, menaces, injuries, damns etc. inside a relationship are signals of psychological abuse.

The psychological violence is practiced at work too.

Mobbing (from To mob = to assault tumultuously) is indeed a clear form of psychological violence, defined also as psychological terror, practices at job by repeated attacks by colleagues or bosses. The mobbing victim, often unaware, enters a relationship vicious circle that makes him a victim of a light and diabolic attack by a torturer. But attacks are not always striking and the victim is not able to identify clearly what is happening to him: wickedness, gospels…are the rule of the game and further they are minimized by relatives and friends to whom are told. This way the individual starts feeling a sense of inadequacy, of guilt since he does not succeed in being better and so impregnable. Psychosomatic disturbs and damages to the self-estimation are unavoidable.

One of the most invasive forms of psychological abuse is the mental control or destructive persuasion the torturer puts in act against the designed victim. Persuasion, or mental control, represents the effort to lead a person to a wanted direction, with means different from the force. The destructive persuasion is prepared according to an exact and hidden program, by the means of the strategic controls of the needs of the individual

An ambit where this form of pervasive relationship is widely applied, but in more devious way, is the radical or sectary ideology. The conviction that a “psychological outline ” features the members of radical groups is wrong, several factors act simultaneously at the recruitment. There are groups highly specialized in the recruitment techniques and mix psychoanalysis, religion, science and esoteric practices to create acquiescence in individuals. Often they circumvent defences by masking as training schools or specialist courses for operators and managers. Those groups, today very trendy are linked to the variegated world of the New Age.

The long report that the Public Security Department of the Home Office sent to the Constitutional Affairs Committee of the Chamber points especially this kind of groups, defined as ‘psycho-sects’ or ‘self-religious’, that are active in our country and practice high harmful and aggressive recruitment methods. As far as those groups support that they act in order to warrant the personal and psychological welfare of individuals, the sole thing they get with unquestionable success is recollecting huge amounts of money for their bosses. Against this kind of organizations, the report highlights, the crime action risks not having enough means: there’s not the crime of “aggression to the psychical freedom” and it is not in force anymore the crime of moral subjugation.

The maintenance inside the group is ensured by a set of techniques. Many of these groups employ also the mass hypnosis that favours an ecstatic kind attention and finally obedience. Means of hypnosis are the prey or the repetition of ritualistic phases or mantra. The words employed in these cantilenas must not be meaningful to be effective. Psychology has indeed proved that words without meaning are remembered much easier than those with sense.

Another technique, functional to the mental control and effective for the maintenance of individual in the role of victim is the manipulation of guilt: any gap in the way of living the cult is attributed to some leak in devotees. When a member starts putting in doubt that his needs find really a solution, his protests against the leaders provoke only accusation according to which he is the responsible for his own troubles (as it happens for the mobbing victim at job).

The process of turning someone in guilty is a vicious circle: the remarkable number of suicides among the practitioners of a cult, suggest that the only solution to this dilemma is the self- destruction.

Psychological abuse effects

In 1999 at our Centre’s offices (Ce.S.A.P.) 763 users applied for denouncing situations of psychological abuse: 16,4% (equal to 125 individuals) within the home ambit, 18,4% (140) at job, while nearly 57% (436) submitted at our attention a mental control problem due to one’s own adhesion to a personal cult or a relative’s adhesion. Approaches usually are by telematics ways (605 e-mail of applications per year) or by phone (65 calls) or by direct contact with our operators (93 visits). The average age of petitioners is nearly 43 years, the most it concerns women (55,5%), married (76% circa). Usually they denounce experiences of endured abuses, vexations, and lesions to their own rights, both direct and indirect. It concerns painful, menacing events, pointing out the seriousness of problems, and that let understand widest dimensions.

230 out the arrived petitions were took in charge by our professionals for:

– Psychotherapy (25%)

– Medical/pharmacological therapy (5%) – Divorce causes (56,5%)

– Educational intervention for minors (10,5%)

The feeling of personal violation is beyond description. If the petitioners had an experience inside a destructive cult, they are angry, disappointed and most times they do not want to hear about spiritual themes. In less cases the anger for they were deceived is such that victims more than apply for a help want to get the most information it’s possible about the cult they belonged to in order to take revenge (specially if they left a dear person inside the cult), or they want to make denunciation immediately.

The sizeable show emotional kind troubles and sometimes real mental disturbs. The adhesion to destructive cults, for example, lasting a distortion in a relationship, eases the structuring of physical and mental problems (it starts manifesting psychosomatic problems, nourishment disorders till getting to psychotic kind disturbs, chronic depression, alcoholism…). Several are the attempts of making suicide, specially because the victim often does not feel supported in his pain by anybody, does not find the way out and thinks that the guilt of his responsibility is only his.

The causes of divorce are different, especially when the other partner is still inside the cult. The causes are not easy especially when there are children.

Victims assert that they do not succeed in bringing in their work or engagement in the daily life, they feel shame and they still have feelings of guilt even if at distance of time. Once one of them asserted that he felt guilty for having wasted 20 years of his life in a cult, years he lived not living. Victim’s relatives, especially those of the adherents of destructive cults, and that are who more easily apply for the help centres, develop a sort of co-dependence relationship with their relative that is the adept. After several beginning experiences of failure when they attempted to solve the situation by themselves, they trend to deny the fact, when they are in front of their relative trapped, they lie to not face the situation. Most of them apply us for help to receive a miracle more than moved by the desire to engage seriously in the attempts of recovering. Some of them contact all the associations and professional they heard about on newspaper or TV, in Italy or abroad, and they send all them at the same time petitions of help. This way they turn the intervention action much more complex, due to the waste of energy. The victims’ relatives too develop psychosomatic diseases due to the disturbs related to the stress the live daily.

Help and recovering methods

During our experience we have developed methodologies, even more specific for help and recover from psychological abuse. Victims contact our operators whose task is that to check the kind of petition and according to cases sending them to the most adequate professional (physician, psychologist, psychotherapist, psychiatrist, lawyer, pedagogist). It belongs to our group also the former victims that are on disposal in the several phases of recovering with their personal experience within the specific ambit.

Once taken in charge, everyone is required to write a memorial concerning their own experience, that helps both them and operators to focus rationally their past history.

When the several users are taken in charge by the experts, some of them receive at the same time emotional support by the help-help groups. The help groups are places where processing ones’ own recovering, talking about the past trauma with individuals that had the same experience and that have been trained to give them support.

From January 2000 it has been established a help-help group for the victims of destructive cults, to which 15 person adhered. Thanks to the success of this initiative on September it will be established other groups for the victim of destructive cults and mobbing victims and their relatives.

When victims succeed in solving their problem, they develop new ways to communicate with themselves and others and have recovered their trust in neighbour, the sizeable times they want to offer their experience on others’ benefit.

© Leadership Medica year XVI – Issue 06-2000