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Canada – Québec “La libertà di religione non può in alcun caso giustificare negligenze e abusi”

La Commissione per i diritti della persona e per i diritti della gioventù, rimprovera severamente alcune organizzazioni governative nel caso dei bambini della comunità settaria Lev Tahor

<<La libertà di religione non può in alcun caso costituire un pretesto per il maltrattamento e la negligenza. E’ quindi essenziale che tutte le organizzazioni che devono intervenire in questo tipo di ambiente comprendano meglio, in futuro, gli interessi pubblici in causa favorendo in tutti i casi, la protezione dei diritti dei bambini>>

Jacques Frémont

Presidente della Commissione dei diritti della persona e dei diritti della gioventù del Québec

Una mancanza di coordinamento e di concertazione tra la Direzioni della protezione della gioventù (DPJ), la polizia e i servizi sociali hanno fatto in modo che i bambini della setta ebraica Lev Tahor siano finiti nel dimenticatoio della rete della protezione dell’infanzia, secondo un rapporto della Commissione per i diritti della persona e della gioventù.

Circa 200 membri della comunità ultra-ortodossa Lev Tahor si erano stabiliti a Sainte-Agathe-des-Monts nella Laurentides (Québec) agli inizi dell’anno 2000. Nel novembre 2013 erano fuggiti di nascosto a Chatham-Kent in Ontario e qualche mese dopo in Guatemala.

La DPJ aveva moltiplicato gli interventi per allontanare i bambini dalla comunità perché temeva, in particolare, che ragazzine sotto i 14 anni fossero costrette a matrimoni forzati. La setta viveva ripiegata su se stessa e i bambini erano erano stati allevati con la paura degli altri e in base a dubbie norme igieniche.

Dal suo canto la Polizia del Québec sospettava che i dirigenti della comunità si dedicassero alla tratta di esseri umani e alla produzione di documenti falsi. La setta ha sempre negato tali accuse che non sono state provate in tribunale.

Le reti hanno mancato nel loro compito

Era dunque importante agire per proteggere i bambini. Ma secondo il parere del presidente della Commissione, Jacques Frémont, “altre considerazioni sono intervenute a disturbare lo svolgimento degli interventi facendo perdere di vista l’interesse primario dei minori

Per esempio, i documenti resi pubblici giovedì hanno rivelato che sono trascorsi 17 mesi dal momento in cui la DPJ ha ricevuto il dossier e la massiccia operazione che ha permesso di prendere in considerazione le segnalazioni concernenti 134 bambini. ” Se i bambini fossero stati rimossi dalla comunità, oggi sarebbero ancora in Québec“, ha affermato il presidente Jacques Frémont.

Un altro esempio riportato dalla direzione della Commissione: la DPJ aveva accettato la richiesta di una proroga da parte della polizia che voleva approfondire un’indagine penale. Questa richiesta ha ritardato  il periodo dell’intervento di 4 mesi, dall’aprile all’agosto 2014.

Per quanto concerne le autorità scolastiche, avevano autorizzato un periodo di 15 mesi in un contesto in cui i bambini  della comunità non erano scolarizzati e non parlavano né inglese né francese. Inoltre, -hanno deplorato gli autori del rapporto-, i dirigenti scolastici avevano parlato con i leader della comunità  piuttosto che rivolgersi ai genitori dei bambini che dovevano essere al centro degli interventi.

La libertà di religione non può essere un pretesto

<<La libertà di religione non può in alcun caso costituire un pretesto per il maltrattamento e la negligenza. E’ quindi essenziale che tutte le organizzazioni che devono intervenire in questo tipo di ambiente comprendano meglio in futuro, gli interessi pubblici in causa, favorendo in tutti i casi, la protezione dei diritti dei bambini>>, ha ancora affermato il presidente della Commissione dei diritti della persona e della gioventù.

Il Québec promette di fare il suo dovere

Il Ministro delegato alla Riabilitazione, alla Protezione della gioventù e alla Sanità,  Lucie Charlebois, ha dichiarato di prendere atto del rapporto e delle raccomandazioni e ha affermato che è importante migliorare il coordinamento “per garantire interventi veloci quando vi sono situazioni in cui i bambini sono inseriti in contesti settari religiosi o meno

La sig.ra Charlebois ha anche osservato che occorre migliorare il coordinamento con l’Ontario affinché le sentenze emesse dai Tribunali della gioventù del Québec possano essere eseguite nella provincia.

A tal riguardo, nel caso dei bambini della comunità Lev Tahor, ci sono stati problemi che hanno complicato enormemente il dossier quando la comunità si è rifugiata a Chatham-Kent.

Dal suo canto, Denis Baraby, il direttore della Protezione della gioventù della Laurentides ha riconosciuto esservi state alcune lacune ” Le decisioni sono state prese in quel momento su certe basi. Guardando le cose in retrospettiva, si sarebbe potuto agire differentemente

Una situazione complessa e delicata

La Commissione dei diritti della persona e della gioventù si è appellata a un esperto indipendente per svolgere al meglio la propria analisi.

L’intervento con comunità chiuse richiede azioni mirate e adeguate per la protezione dei bambini. La Commissione riconosce che questi interventi sono complessi e delicati. Da qui l’importanza di una consultazione tra i vari servizi a beneficio della tutela dei bambini e del rispetto dei loro diritti” (Estratto dalla conclusione della relazione della Commissione sui diritti umani e dei diritti dei giovani in Québec)

Fuggendo in Guatemala nella primavera del 2014, una di due famiglie è stata intercetta al momento dello scalo a Trinité-et-Tobago. E’ stata rimpatriata in Canada e i bambini attualmente si trovano in una struttura d’accoglienza. Una giovane di 17 anni e il suo neonato sono stati intercettati ad Alberta e si trovano similmente in casa-famiglia.

Sei bambini della setta si trovano sempre in Guatemala e non vogliono rientrare.

Libera traduzione a cura favisonlus dell’articolo pubblicato in data 9 luglio 2015 su ICI RADIO CANADA, consultabile al seguente link

http://ici.radio-canada.ca/nouvelles/societe/2015/07/09/003-lev-tahor-commission-droits-personnes-cafouillage-dpj-police-secte-enfants-protection.shtml

Fonte: https://favisonlus.wordpress.com/2015/07/10/canada-quebec-la-liberta-di-religione-non-puo-in-alcun-caso-giustificare-negligenze-e-abusi-la-commissione-per-i-diritti-della-persona-e-per-i-diritti-della-gioventu-rimprovera-severamente-alc/

Lo scandalo Forteto

http://www.video.mediaset.it/video/pomeriggio_5/servizi/370762/violenze-e-soprusi-in-comunita—i%5E-parte.html

http://www.video.mediaset.it/video/pomeriggio_5/servizi/370769/violenze-e-soprusi-in-comunita—ii-parte.html

La vicenda Forteto: “Vi racconto i sei mesi nell’inchiesta-incubo”

L’intervista, parla Paolo Bambagioni

Il vicepresidente della Commissione regionale d’inchiesta (in quota Pd) sul caso-Forteto

Paolo Bambagioni (Germogli)

Paolo Bambagioni (Germogli)

Firenze, 27  gennaio 2013 – Paolo Bambagioni (nella foto), vicepresidente della Commissione regionale d’inchiesta (in quota Pd) sul caso-Forteto: è stato un lavoro sconvolgente?
«Molto impegnativo anche sul piano emotivo. Serrato, faticoso. E’ durato sei mesi».
Un momento più difficile di altri?
«Più d’uno: tutti i racconti dei ragazzi, oggi uomini e donne. Gli ultimi. I più deboli. Sottratti alle famiglie d’origine e traditi dalle persone che li avevano ricevuti in affidamento. In Commissione hanno trovato il luogo di ascolto che non avevano mai avuto. Eppure c’è chi aveva scritto alla magistratura, ai giornali».
 

Il Forteto era una realtà surreale: eppure è andata avanti per decenni. Ma sul perché è potuto accadere neanche la Commissione dà una risposta precisa.
«La relazione, approvata all’unanimità, dà risposte. C’è una precisa responsabilità del Tribunale con i nomi delle persone che hanno svolto la funzione negli anni. Che hanno preso minori in difficoltà per assegnarli a famiglie affidatarie di una Comunità ai cui vertici c’erano persone condannate nell’85 per reati sui minori. All’epoca ci fu chi, tra i giudici, sostenne che la sentenza contro Fiesoli e Goffredi era sbagliata. La verità è che negli anni c’è stata la mitizzazione di certe persone, in un contesto ideologico. Sarebbe bastata la constatazione obbiettiva dei fatti».
Fiesoli tesseva la rete delle relazioni ‘eccellenti’. E perché non vi fu, invece, una rete adeguata di controlli?
«Giusto. Il servizio sociale segnala il bambino che sta male nella famiglia d’origine. Il giudice valuta e glielo toglie. Il primo errore di fondo è qui: la mancanza di requisiti delle famiglie affidatarie. Vero è che si trattava di affidamenti e non di adozioni. Però i criteri di assegnazione devono essere egualmente rigorosi. E ammettiamo pure l’errore iniziale dei servizi sociali in relazione all’affidamento. Ma poi? I controlli? I bambini non sono vuoti a perdere…Abbiamo ascoltato il giudice Laura Laera, attuale presidente del Tribunale dei minorenni, la quale ci ha spiegato di aver riletto molti fascicoli sugli affidi di quegli anni, trovando quasi nulla!»
L’istruttoria era scarna?
«Ci si limitava spesso, troppo spesso a scrivere ‘dateci due nomi’, o giù di lì…»
E sulle capacità di Fiesoli di intessere rapporti ai più alti livelli politico-istituzionali?
«E’ provata la sua capacità di accreditarsi coi presidenti di Regione, Provincia, con gli assessori competenti. I rapporti con i politici erano ricercati e valorizzati, come forma di autoaccreditamento. E di protezione: visti i nomi altisonanti che circolavano chi avrebbe pensato a che cosa accadeva davvero, là dentro? Quanto al mondo accademico e scientifico, c’è chi ha scritto libri, prefazioni, partecipato a convegni e iniziative. Insomma: era una continua prospettazione del modello-Forteto»
In che cosa consisteva?
«La Comunità nasce nel ’75, anni in cui si propugna il superamento della famiglia tradizionale. Fiesoli sostiene che la famiglia è luogo di egoismi, che si vive meglio in modo comunitario, a contatto con la natura. Ecco il sostrato ideologico e la mitizzazione. Occorreva verificare, invece. E poi la continua pressione psicologica cui erano sottoposti i minori: al bando i contatti eterosessuali. Altrimenti c’era una sorta di processo. Fiesoli diceva che il giovane che non seguiva le sue direttive aveva dei problemi e che lui l’avrebbe purificato…Dalle dichiarazioni raccolte emerge una personalità disturbata. Si era creato una comunità a misura sua».
La politica ne esce male
«La politica come ricerca di giustizia, per creare condizioni sociali più giuste. Senza sostituirsi alla magistratura».
Si salvano in pochi
«Rinaldo Innaco, negli anni Ottanta consigliere regionale aveva un nipote al Forteto. Parlò della situazione, gli fu detto che aveva un concetto di famiglia desueto, da bacchettone… Pieraldo Ciucchi si è attivato in un secondo momento. Poi Fabrizio Mattei, ex sindaco di Prato, uno libero nel manifestare le sue convinzioni. Ricordo le difficoltà per la raccolta delle firme per attivare la Commissione: della mia parte politica ha firmato solo lui. Certo Innaco e Mattei erano più informati: l’esperienza del Forteto nasce alla Querce, a Prato. Qualcosa era trapelato».
La Regione vuole costituirsi parte civile: non le pare un’iniziativa tardiva, come a voler rimediare a un grosso pasticcio?
«No, anzi considero la dichiarazione di Rossi sul piano politico come una presa di coscienza e di consapevolezza. Una maturazione al termine di un percorso difficile e delicato».
Il Forteto-azienda che fine farà?
«Si è parlato di posti di lavoro a rischio. Ci sono l’associazione, la cooperativa agricola, braccio economico della struttura, la fondazione onlus della quale è responsabile del progetto e referente Luigi Goffredi….Nata più di recente, è andata nelle scuole a presentare il progetto. Io sono d’accordo con quanti dicono che devono essere differenziati i gradi di responsabilità. Che non bisogna con l’acqua sporca gettare via il bambino. Basta che queste tre realtà siano trasparenti e riconoscano gli errori al loro interno: chi ha sbagliato deve pagare».
giovanni spano

Fonte: La Nazione.it

Mugnai, presidente della Commissione regionale d’inchiesta parla del Forteto

Il caso Forteto – Testimonianze