Manipolazione mentale, plagio, lavaggio del cervello: ecco come difendersi

Basare l’autostima su se stessi e non sull’immagine che altri hanno di noi, diffidare di chi utilizza le nostre emozioni, non agire con l’unico scopo di ottenere un premio, ammettere gli errori, evitare di considerare vero solo ciò che somiglia alle nostre convinzioni.

Manipolazione mentale, plagio, lavaggio del cervello: ecco come difendersi

Dopo aver parlato delle tecniche di manipolazione mentale, tra cui il lavaggio del cervello, la persuasione e il plagio, eccoci alle “istruzioni” per difendersi.
E’ ovviamente impossibile suggerire tecniche per sfuggire alla tortura e alla limitazione della propria libertà. Vediamo invece quali possono essere i consigli per far fronte alle tecniche mentali manipolatorie raggruppandole a seconda della “contro-tecnica” utile alla difesa.

Granfalloon – isolamento – richiesta di purezza
La regola più importante per sfuggire alla tecnica del granfalloon, ma paradossalmente anche all’isolamento, è quella di basare la propria autostima su se stessi e non sul gruppo di appartenenza. Per fare questo bisognerebbe evitare di legare la propria autostima all’immagine di sé o a quella che si ha in un gruppo, ma bisognerebbe usare come metro di valutazione il raggiungimento dei propri obiettivi, distribuiti in diversi settori della vita (lavoro, sport, famiglia, passioni, individualità). Bisogna altresì evitare di avere un unico obiettivo così che non vi sia un unico appiglio o un’unica strada che rischierebbe di portarci al fanatismo. In tal modo saremo anche liberi dal bisogno di mostrarci degni (e puri) per un gruppo.
Se questa è la regola più importante è anche vero che è la più difficile da attuare, in quanto richiede forza caratteriale e maturità, le quali non si possono ottenere in un battito di ciglia. Nel frattempo potrebbero essere utili altre strategie di difesa come ad esempio sentirci diversi dal gruppo in cui siamo inseriti e simili ai membri degli altri o fare il passaggio inverso: provare a vedere gli appartenenti dei gruppi estranei al nostro come individui unici e diversi dal resto del loro gruppo, eppur simili a noi, cercando attivamente queste differenze e somiglianze.
Sarebbe anche utile domandarsi perché si cerca di formare determinati gruppi e soprattutto perché vengono proposte determinate etichette: diffidate da chi tenta di etichettarvi in un modo o nell’altro, positivo o negativo che sia. Domandatevi piuttosto perché vi si stia appioppando un’etichetta e per quale motivo proprio quella.

Utilizzo dei sentimenti – confessione
Sono diversi i sentimenti su cui si cerca di fare breccia per manipolare il comportamento delle persone: una regola generica è quella per cui utilizzare le emozioni per convincere è un sintomo di manipolazione.
Le emozioni infatti occultano i nostri ragionamenti: è difficile essere lucidi quando veniamo introdotti in presentazioni drammatiche, in questi casi bisognerebbe scindere le informazioni dallo scenario con cui vengono presentate, solo in questo modo potremo ragionare su cosa sia giusto effettivamente fare.
Anche il senso di colpa (indotto talvolta tramite il culto delle confessioni) riduce la nostra capacità di ragionamento: i nostri pensieri e azioni vengono azionati dal bisogno di rimuovere la terribile sensazione di colpa. Si comprende facilmente come il senso di colpa indotto in uno scenario drammatico diviene una combo altamente manipolatoria. Quel che bisogna fare è capire se il comportamento che siamo portati in questi casi ad avere sia messo in atto per lavarci dal senso di colpa o se sia ragionato e sentito come giusto: nel caso in cui il fine sia pulirci la coscienza è molto probabile che sia un comportamento indotto.
Un’altra emozione spesso utilizzata è la paura. Quando cercano di spaventarci sarebbe utile chiederci se la paura che stanno provocando in noi abbia una motivazione reale o fittizia.
Quando sono in gioco le emozioni è forse il caso di prendersi momentaneamente del tempo prima di fare delle scelte perché “a caldo” le faremmo probabilmente sbagliate. Concedendoci del tempo le emozioni affievoliscono lasciando spazio a quel che veramente è importante per noi. Questo vale anche per le emozioni indotte dalle situazioni che viviamo.

Reciprocità – denuncia reciproca – persona di parola – colpo basso
Simile al senso di colpa è la regola della reciprocità. In questi casi il nostro pensiero è direzionato nella ricerca di un modo per contraccambiare il favore, o il torto, che abbiamo ricevuto piuttosto che a pensare se quello che stiamo per andare a fare sia giusto e desiderabile per noi.
Anche in questo valgono le regole appena esposte, tra cui prendere momentanee distanze e chiederci se il nostro comportamento sia dovuto al tentativo di abbassare la tensione arrecataci dal disagio di sentirci in debito (o in credito): se è motivata da questo obiettivo non stiamo agendo per noi, ma per l’altro, in senso buono o cattivo non fa differenza.
A volte capita che sdebitarci voglia dire mantenere una parola non data ma che qualcuno vuole farci credere di averla così intesa: prima di tutto nessuno ci obbliga a mantenere la parola se questa promessa è diventata per noi poco dignitosa, a maggior ragione se neanche l’abbiamo data non vi è alcun motivo di onorarla.
In generale non sarebbe sbagliato tenere a mente la regola per cui è più dignitoso non sdebitarsi (o non vendicarsi) se farlo vuol dire impegnarsi in qualcosa di disdicevole o insignificante. Quest’ultima massima può valere anche per quanto riguarda i circoli viziosi in cui talvolta ci troviamo immischiati.

Terra promessa
Quando viene promesso un premio, non solo rischiamo di cadere nella trappola della reciprocità, ma spesso rischiamo che questo premio sia solo un trucco per indurci ad avere determinati comportamenti, più il premio finale è grosso più il dubbio dovrebbe coglierci.
Agire con lo scopo di avere un premio è già sbagliato di per sé, ma se stiamo agendo per avvicinarci a qualcosa di importante per la nostra vita, dobbiamo prima di tutto assicurarci che sia qualcosa di tangibile e concreto, non di astratto e misterioso, dopodiché dobbiamo avere la certezza del progressivo avvicinamento del traguardo.
Oltretutto se il percorso che porta al traguardo ad ogni avvicinamento si allontana un pochettino, forse è il caso di non aver paura di tornare indietro e abbandonare l’idea di essere vicini all’eden.

Dissonanza cognitiva – situazione emergente – piede nella porta – impegni crescenti – disumanizzazione – giustificazione ideologica.
Quando ci si trova in un circolo vizioso in cui non riusciamo più a tornare indietro e gli impegni diventano sempre più gravosi dovremmo fermarci un attimo echiederciperché si sta agendo in un determinato modo. Per fare questo dovremmo per un momento passare al vaglio critico tutte le giustificazioni ideologiche di cui siamo stati dotati, tra cui la disumanizzazione e la sacralità della scienza di cui ci siamo convinti. Dovremmo dare più importanza alle nostre esperienze reali, domandandoci ad esempio “Realmente ho verificato sulla mia pelle la scorrettezza di un popolo o di un gruppo di persone?” “Realmente ho assistito al potere della scienza o della religione a cui credo ciecamente?” In particolare per quanto riguarda quest’ultima domanda, la ricerca scientifica ha dimostrato che quando una convinzione è condivisa a livello culturale diviene più difficile da abbandonare in quanto il solo fatto che ci credano in tanti rende la cosa vera (L’uomo è misura di tutte le cosediceva Protagora). Sarebbe utile tenere presente questo.
Nel caso in cui la risposta a queste domande avesse risposta negativa, e quindi non vi siano state esperienze dirette, bisognerebbe chiedersi come si è arrivati al punto in cui si ci si trova, e se veramente sia dignitoso andare avanti in determinati comportamenti. Se così non fosse è il caso di tornare sui propri passi. Questo forse è la parte più difficile in quanto vorrebbe dire ammettere i propri errori, e per fare questo bisogna avere una notevole forza di carattere. Infatti in un mondo che condanna gli errori come fossero delle colpe è difficile ammettere di aver sbagliato: tollerare gli errori nostri e altrui può essere d’aiuto nel comprendere che questi non sono onte, ma occasioni.
Essere consapevoli della nostra umanità e quindi possibilità di errare dovrebbe inoltre renderci coscienti del fatto che possiamo credere in cose sbagliate, dovremmo dunque stare attenti a non creare danni a causa delle nostre convinzioni plausibilmente errate.

Testimonial – Voci – Distrazione
Ogni sotterfugio per distrarci o che ci induca a non trovare il tempo di pensare dovrebbe farci andare sul chi va là.
Molte ricerche hanno dimostrato che tendiamo a credere e a dare maggior benefici alle persone di gradevole aspetto piuttosto che a quelle meno avvenenti, una tecnica di resistenza è cercare di scindere l’aspetto o la voce dal messaggio che ascoltiamo.
Per quanto riguarda la voce non solo vi sono timbri che risultano maggiormente convincenti rispetto ad altri (in quanto piacevoli o sicuri), ma vi sono anche modalità di utilizzo distraenti. La voce si può usare per cantare un messaggio o per gridarlo: queste due tecniche servono entrambe per non far pensare sull’esattezza di quanto viene detto da un lato travolgendo con il ritmo, dall’altro stordendo col volume: chiedersi perché si sta cantando o gridando un messaggio può aiutarci a non distrarci.

Linguaggio caricato – presentazione dei difetti – nascondere i propri interessi – comunicazione compatta – creazione di un leader – creazione della realtà – controllo della comunicazione
Essendo queste tutte tecniche che si basano sulla comunicazione, per sfuggirvi non sarebbe sbagliato studiare la retorica come facevano gli antichi. Ma per chi non avesse tempo o voglia è comunque possibile qualche accorgimento.
Quando qualcuno sta parlando per persuaderci della sua opinione, o per indurci a fare qualcosa, bisognerebbe prima di tutto cercare di capire se la persona crede realmente in quello che sta dicendo o se ne ha qualche tornaconto, dopo di che dovremmo chiederci perché stia usando proprio determinate definizioni e argomenti, compreso il motivo dell’ordine di presentazionedegli stessi.
Nel caso in cui ci venga fatto credere che non si stiano facendo i propri interessi, sarebbe buona norma chiedersi se ciò sia effettivamente vero. Se la persona ci sta invece rendendo noti i suoi difetti dovremmo chiedercene il motivo e dovremmo analizzare i difetti che ci ha mostrato, cosa significano o cosa nascondono? Nel caso si stiano facendo delle analogie, bisognerebbe chiedersi se queste sono effettivamente valide, se sono sui punti che a noi interessano e quali differenze si stiano invece omettendo.
Nel caso in cui la comunicazione sia compatta bisognerebbe chiedersi perché e diffidare nel caso essa sia solo suggestiva.
Quando qualcuno cerca di farci credere qualcosa, per esempio le gesta eroiche di un leader, bisognerebbe domandarsi se il fatto è effettivamente plausibile, a chi torna utile che vi si creda, e nel caso venga ripetuto sovente, domandarci il motivo di questo tormentone.
Spesso la ripetizione è dovuta al fatto che usufruiamo solo dei mass media in linea con il nostro pensiero: è consigliabile utilizzare con la stessa frequenza mass media di diverse fazioni ideologiche. Questo è uno dei modi più utili per costruirsi un reale pensiero proprio. Diffidate quindi di chi non vi permette di avvicinarvi a mezzi mediatici differenti dai propri: chi agisce in questo modo sta cercando di manipolare le vostre idee.
A volte nonostante ci si riferisca a diversi mezzi di informazione, capita che non si riesca a trovare dati concreti sui fatti di cui si viene a conoscenza: la difficile reperibilità di questi dati di fatto dovrebbe già da sola essere indizio di falsità.
In definitiva dinnanzi ad un relatore dovremmo porci le seguenti domande: “cosa ci guadagna da questo messaggio?”, “perché ha scelto questa modalità di presentazione?”, “avrebbe potuto optare per altri modi di presentare tale argomento? Perché ha scelto proprio questo?”, “Cosa accadrebbe se non mi trovassi d’accordo con il suo messaggio?” “Quali argomentazioni contrarie esistono?” Quest’ultima domanda sarebbe utile porla anche solo a noi stessi, riguardo alle nostre convinzioni, infatti alcune volte siamo noi stessi ad attaccarci ad esse diventando noi i persuasori altrui. E così chiamiamo propaganda ciò che non si avvicina alle nostre idee negando la validità delle informazioni che ne riceviamo, e chiamiamo verità ciò che invece corrisponde al nostro pensiero pur senza avere validi contenuti di rimando: scoprire i punti di forza e le debolezze delle nostre convinzioni ci può fare maturare e ci può aiutare nella nostra personale ricerca della verità.
Ma su come evitare di essere i persuasori occulti di noi stessi parleremo nel prossimo articolo che vedrà la conclusione di questa ricerca sulla manipolazione mentale.

Dalila Liguoro

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