Archivio mensile:novembre 2012

L’onda

Sulla base dell’esperienza reale di una classe di liceo di Palo Alto, CA nel mese di aprile 1967, il loro maestro ha voluto spiegare l’ascesa del partito nazista ai suoi studenti.

Dissonanza cognitiva e affiliazione settaria

di Pettinicchi M.C.

Fonte: Rivista di Psicodinamica criminale

https://docs.google.com/viewer?a=v&q=cache:p0SrxTAOihAJ:digilander.libero.it/rivista.criminale/baccaro/rivista/2_2010.pdf+cassazione+sentenza+penale+e+condizionamento+psichico+settario&hl=it&gl=it&pid=bl&srcid=ADGEEShMhOepkaETj909Sd9tZZ3YjDCQIQkw2zrA0wHixyhna7Iv8gp2A9EsC2PSM89S1S03FYlSfe2LH3JTlOKlsXukdTtdgSJV9PmedVPichZoq-ax3xaTUXDBe1Nk0CZuXx9gzRHf&sig=AHIEtbTiJI90wd9KtNQp9MGRNwAP37yBvA
Il tema della dissonanza cognitiva fu affrontato da Festinger, psicologo sociale americano, durante una ricerca che lo vedeva impegnato nella sistematizzazione di dati raccolti nel campo della comunicazione e della sua influenza nella società. In India negli anni trenta vi fu un terremoto che sconvolse un’intera provincia. Durante questa catastrofe naturale per qualche tempo si diffusero in tutto il Paese voci allarmistiche che seminavano panico ed annunciavano nuovi e peggiori eventi. Festinger si chiese come mai in una situazione, già cosi difficile, potevano sorgere ulteriori allarmi e non si levassero, invece, voci rassicuranti che tendessero a ridurre il panico e la paura? L’autore ipotizzò che nel resto del Paese, non colpito dal disastro, le voci tendevano non a sottolineare quello la gente già sapeva e per cui era terrorizzata ma a giustificare le conseguenze del disastro. La gente non era direttamente colpita dal sisma ma vedendo ciò che accadeva intorno diffondeva voci allarmistiche che avrebbero dovuto giustificare in termini cognitivi le loro paure irragionevoli. In questa fetta di popolazione indiana il pensare a nuove sciagure prossime e imminenti giustificava il terrore che serpeggiava e che non era giustificato dal reale stato di cose, vista la lontanaza dell’epicentro dal sisma.

Da questa osservazione Festinger ipotizzò la teoria della dissonanza cognitiva.

 

L’uomo per sua natura è coerente ed ad ogni pensiero in genere corrisponde un’azione congrua allo stesso. Una deviazione dalla naturale coerenza determina una incongruenza. In una situazione del genere subentra una dissonanza cognitiva perchè l’uomo si trova di fronte alla sua consapevolezza di un elemento e che il mondo o altre realtà disconfermano. Si manifesta un’incoerenza fra ciò che pensa e ciò che il mondo intorno a sé porta. C’è un divario, un conflitto, una frattura e tutto ciò provoca un disagio psicologico.
In questa situazione dissonante l’uomo porrà in essere manovre finalizzate a ridurre la frattura o ad evitare attivamente nuove conoscenze che potrebbero aumentare la dissonanza.
Prendiamo ad esempio un comportamento banale. Ognuno sa che il fumo fa male e che trova questa informazione ben esplicitata su ogni pacchetto di sigarette ma il soggetto fuma ugualmente ma per farlo”serenamente” ha bisogno di porre in atto tutta una serie di pensieri: che il fumo uccide sicuramente meno di tutto l’ossido di carbonio presente nel pulviscolo atmosferico; che non si può vivere evitando qualunque cosa potenzialmente dannosa; che potrebbe ingrassare se smettesse di fumare e che quindi il grasso sarebbe più nocivo. Se leggiamo questi comportamenti vediamo che il soggetto si trova in una situazione di incoerenza fra ciò che pensa e ciò che fa.
In pratica quello che per logica ha saputo essere vero o molto probabile che fosse vero (la cancerogenesi del fumo) gli crea una fonte di incoerenza fra le cognizioni che sapeva e quelle acquisite successivamente ed in questa incoerenza logica viene a sperimentare un disagio psichico. Quando si vengono a creare queste incongruenze l’uomo deve trovare delle alternative logiche che gli permettono di ritrovare una coerenza cognitiva cioè fra quello che pensava e quello che successivamente pensa, a seguito delle nuove conoscenze. L’esistenza dell’incoerenza lo spinge a tentare di ridurla per ottenere una congruità logica con il suo comportamento e ricerca ogni elemento possibile per trovare nuovi spunti di cognizione che avvalorino la sua tesi sul fumo. Cercherà in poche parole delle argomentazioni congrue con ciò che fa. Questo artifizio non gli creerebbe più disagio psichico perché gli elementi congrui sarebbero più validi a contrastare l’incoerenza, fonte del disagio. L’uomo può venire a trovarsi anche in situazioni in cui la realtà circostante non corrisponde più a quella conosciuta per cui il soggetto deve trovare argomenti validi per contrastare logicamente il nuovo patrimonio di conoscenze o per screditare quello pregresso. L’uomo vive in una realtà che non è mai solo bianca o solo nera ma che può acquisire mutevolezze di forme e di contenuti per cui il pericolo di sperimentare il disagio psichico dovuto all’incoerenza è alto. Un altro esempio può essere anche quello dell’acquisto di una crema di bellezza particolarmente costosa, pur in una situazione economica precaria. Una donna acquista il prodotto e poi vede varie pubblicità che decantano la superiorità di altri. La reazione della signora, ovviamente, sarà volta a non sentire ulteriori spot per non essere messa nella condizione di pentirsi dell’acquisto o di sentire solo quelli che lo decantano per superare il conflitto. Si manifesta un’incoerenza fra ciò che si pensa e ciò che il mondo intorno segnala. In questa situazione di incoerenza l’uomo porrà in essere manovre finalizzate a ridurre la frattura o ad evitare attivamente nuove conoscenze che potrebbero aumentare l’incongruenza. Non sempre il fenomeno è momentaneo e di semplice soluzione. Sia nel caso del fumatore sia in quello della signora si potrebbero trovare diverse soluzioni. Il fumatore smette di fumare e la signora cambia il prodotto con uno meno costoso e più confacente alle sue finanze. Il fumatore finisce per convincersi che il fumo non fa male o che gli effetti positivi sono superiori a quelli negativi. Potrebbe,così, venire modificarsi la consapevolezza degli attori. La signora si convince che la notevole somma esborsata non è poi un così grave danno per l’economia familiare oppure che la sua pelle “necessita” di un’urgente e migliore attenzione. Per ottenere questi cambiamenti della consapevolezza bisogna ridurre al minimo o eliminare l’incoerenza. Ovviamente in questo percorso di rimodellamento l’individuo può incontrare delle difficoltà per cui l’incoerenza, una volta formatasi, può persistere perché non vi sono garanzie che il soggetto sia in grado di compiere il cambiamento. Il fumatore può continuare ad esserlo perché è convinto che per lui è troppo penoso non farlo,potrebbe trovare tesi a conforto che il fumo non è nocivo ma questi palliativi lo condurrebbero nella situazione di continuare a fumare pur sapendo di nuocere a se stesso. Potrebbe barcamenarsi a vita in questa incongruenza. La signora continuerà a comprare creme costose perché è convinta che altrimenti perderebbe il suo sex-appeal, potrebbe trovare delle tesi che proclamano il dovere delle donne di mantenersi giovani con ogni mezzo, anche a fronte di ristrettezze economiche. La signora continuerà a fare acquisti sconsiderati pur sapendo di farli e di arrecare danno alla famiglia ed anche costei si barcamenerà a vita in questa incoerenza. Così sarà per sempre fino a quando le due opinioni si manterranno in una situazione di equivalenza fra opposte conoscenze. Questa posizione perdurerà fino a quando un elemento di realtà eserciterà una pressione così forte da far coincidere gli elementi cognitivi pregressi con quelli di nuova acquisizione. Il fumatore potrebbe ammalarsi seriamente e quindi dovrà rivedere per forza le sue opinioni sul fumo e la signora vedrà il suo conto bancario chiuso dal marito e ridimensionare quindi le sue aspettative di bellezza ottenute con creme o artifizi chirurgici. Festinger nella sua teorizzazione sostituisce i termini “coerenza” con “consonanza,“incoerenza“dissonanza”per ridurre l’impatto emotivo del piano logico e portare la teorizzazione su un terreno più neutro. Sul piano teorico i termini dissonanza-consonanza rappresentano una coppia di elementi in relazione fra loro e che denotano il patrimonio cognitivo dell’uomo, ciò che l’uomo sa di se stesso, del suo comportamento e del suo ambiente circostante. Questi elementi di cognizione formano nell’uomo la consapevolezza del sé nell’essere nel mondo. Quando si parla di dissonanza viene immediatamente posta in relazione ad essa il termine consonanza. Essi sono in relazione reciproca fra loro e formano una coppia di elementi. In questo caso, ancora una volta, è utile definire prima le caratteristiche di ogni singolo elemento e poi prendere in esame le relazioni fra loro. Questa coppia indica il patrimonio delle conoscenze umane che potrebbe venire ad essere disconosciuto, per sopraggiunti nuovi elementi cognitivi. La consonanza rappresenta il patrimonio di conoscenze che l’uomo ha recepito dal mondo esterno. Questo termine è sovrapponibile alla consapevolezza del sé e comprende anche la consapevolezza dell’ “essere nel mondo” di matrice jasperiana (dasein analyse). Festinger ha creato il termine “consapevolezze”per rendere più dettagliato ciò che in Jasper era definito il “sè”. Le consapevolezze, dunque, rappresentano tutto il complesso delle conoscenze, delle credenze, delle azioni, dei desideri, dei sentimenti e delle opinioni. Rappresentano anche la consapevolezza dell’uomo di cos’è il mondo, dove conduce una certa azione, cosa si aspettano alcune persone dal soggetto e cosa verrebbe respinto. Il contenuto di tutti questi elementi del patrimonio cognitivo riflette la “realtà” o la codifica, essa può essere fisica, sociale o psicologica. Gli elementi cognitivi di un soggetto corrispondono per lo più a ciò che egli fa, sente o che esistono veramente nel suo ambiente. Nel patrimonio cognitivo dell’individuo le credenze, i valori e le opinioni acquistano un significato particolare per la pluralità di significati che assume la “realtà”. Queste cognizioni appaiono vere e reali in relazione all’esterno, appare,cioè, reale ciò che gli altri credono o fanno o ciò che viene esperito o che da altri viene riferito. La “realtà”, quindi, diventa significativa perché eserciterà sul soggetto pressioni e di conseguenza l’individuo cercherà di modificare i suoi elementi cognitivi a quella realtà. Si manifesta un’incoerenza fra ciò che si pensa e ciò che si apprende dal mondo circostante, creando un disagio. Dal conflitto, però bisogna uscire prendendo una decisione. Proprio per questa esigenza si viene a formare la dissonanza che si crea sempre in seguito ad una decisione. La consonanza e la dissonanza sono in relazione fra loro e pertanto sono legate da due tipologie relazionali: di non attinenza e di attinenza. La relazione di non attinenza è costituita da elementi cognitivi che non hanno attinenza fra loro e sono incongrui. Sono elementi non derivabili ed indipendenti l’uno dall’altro. Due elementi cognitivi che non sono attinenti in prima istanza possono diventarlo in altre circostanze e rivestire le caratteristiche di relazione reciproca. Ciò accade quando un elemento acquista importanza e da esso dipende l’esistenza dell’altro. Esiste una famosa casa di bellezza parigina che produce creme di altissima cosmesi. Vive in Italia una famiglia di quattro persone e la mamma è una signora non più giovanissima che si preoccupa della cura della sua persona e che farebbe di tutto per mantenere la freschezza della sua pelle. La Maison parigin e la casalinga italiana non sono elementi attinenti. La Maison progetta in Europa un battage pubblicitario di un prodotto con caratteristiche eccelse e la signora viene a conoscenza della crema, subentra in questa circostanza il vincolo di attinenza con le conseguenze note. Nelle relazioni attinenti intervengono gli elementi di dissonanza e di consonanza. Due elementi che per qualunque motivo non sono congrui e coerenti si definiscono dissonanti. Le ragioni dell’incongruità possono essere diverse, la portata e la tipologia della stessa possono essere misurate dalla cultura del gruppo di appartenenza o da quello dei pari. Consideriamo due elementi del patrimonio cognitivo di un individuo e vincolati dalla relazione di attinenza. Per la teoria della dissonanza non verranno presi in considerazione altri elementi cognitivi che sono attinenti ad uno o ad entrambi di quelli in esame ma saranno considerati solo i due dissonanti. Dei due elementi considerati se uno è derivante dall’ altro e si manifestano incongrui si determina una dissonanza cognitiva. Tornando all’esempio della signora vanitosa. Costei sa di avere difficoltà economiche ma acquista ugualmente la costosissima crema. I due elementi di cognizione sono dissonanti al comportamento e fra di loro. Il contesto di riferimento culturale può definire se il comportamento descritto e gli elementi cognitivi sono dissonanti. Se la signora appartiene ad una cultura in cui è emergente e vincolante il culto del corpo e la bellezza è uno status simbol vi sarà dissonanza se non acquista la crema. Come si vede l’influenza della cultura di appartenenza può avere il suo peso. Uguale peso, sebbene in misura minore, può avere il gruppo dei pari. Se la signora frequenta un gruppo di coetanee che sono disposte al lifting o ad altri interventi di rimodellamento fisico per conservare la bellezza non vi potrà essere dissonanza per l’acquisto, ma solo in quel contesto di pari. In questo caso si parla di consonanza fra due elementi che derivano l’uno dall’altro. Come si vede i due elementi prima dissonanti (scarsa disponibilità finanziaria ed acquisto) possono diventare consonanti ad un altro elemento quando interviene un fattore condiviso e giustificato dal gruppo. La rilevanza della relazione della dissonanza non è omogenea. Essa presenta vari gradi ed è in funzione dell’importanza e caratteristica degli elementi conoscitivi. L’importanza è, ovviamente, sottoposta al giudizio dell’individuo. La signora dell’esempio tanto più valuta indispensabile e importante il valore della crema tanto più andrà incontro ad una dissonanza cognitiva se considera le sue limitate finanze. È sempre opportuna una valutazione globale del contesto complessivo delle dissonanze e delle consonanze in relazione ad un elemento cognitivo. Il peso totale della dissonanza fra l’elemento in evidenza e le altre cognizioni del soggetto dipenderà dalla percentuale di elementi attinenti che sono dissonanti con quello che ci interessa. La signora si trova in dissonanza fra l’acquisto e le sue finanze ma che entità ha questa dissonanza? Questo dipenderà dal bisogno che sente di essere bella, dall’appoggio del gruppo dei pari, dalla posizione sociale della famiglia, dalla cultura di riferimento e dall’atteggiamento del marito. Da una valutazione globale degli elementi conoscitivi i primi due sembrano essere attinenti e consonanti.
Gli elementi quarto e quinto sono francamente dissonanti, il quarto è ambiguo perché se la signora frequenta un contesto fatto di immagine l’acquisto sarà consonante, se la stessa si trova in un contesto ove l’immagine è sottoposta a critica lo stesso elemento diventa dissonante.È ovvio che l’individuo è sottoposto ad un conflitto con disagio psichico. Quest’ultimo deve essere risolto e la signora ha varie possibilità: cambiare l’ambiente frivolo, trovare un lavoro part-time, puntare su altri accorgimenti di bellezza, patteggiare con il marito, acquistare un’altra crema o convincersi che la bellezza ha un suo corso fisiologico. Poi vi potrebbero essere altre soluzioni. L’obiettivo primario, però, di ognuno è di ridurre la dissonanza. Può succedere che la signora sia sottoposta a continui stimoli: la cultura del “dovere” di essere belle a tutti i costi, il battage pubblicitario di creme, di massaggi, di lifting, le pressioni di amiche o di parenti. La signora o cambia ambiente o cambia se stessa se non vuole andare in conflitto con il marito per la spesa costosa. Il cambiamenti di se stesso è difficile e doloroso ed a volte la modificazione del patrimonio conoscitivo interviene per pressioni esterne.
Nel caso specifico il marito non chiude il conto in banca ma inizia a corteggiare la signora come se fossero ancora agli inizi della relazione oppure la figlia maggiore della signora deve andare all’università e la crema perde di significato per la madre. Potrebbe anche accadere che gli ultimi due elementi si verificassero insieme. La dissonanza a questo punto si risolve perché il massimo della stessa è stata bilanciata, se non superata, da altri elementi di cognizione che per la signora sono più importanti. Questi concetti si attagliano al problema dell’affiliazione a gruppi cultuali emergenti.
L’affiliazione ad un culto emergente può essere sostenuta da varie motivazioni: conflitti e relazioni patologiche in ambito familiare, fragilità personologiche di base, esperienza di “no future” dei giovani, anelito ad una società migliore e non ultima la sete di denaro e di potere. Il problema che, però, si pone è come mai gli adepti, pur a fronte di teorizzazioni, per lo meno insolite, non riescono a mettere in atto una critica valida e uscire da un culto di queste tipologie. Il tema dell’affiliazione e la difficoltà ad uscire da culti, anche francamente illeciti, pone l’interrogativo se gli affiliati hanno perso ogni capacità critica o agiscono una libera scelta, per quanto errata sia. L’affiliando non si pone il problema se il culto in cui entra sia più o meno consono ma sa solo che gli offre una speranza di vita che in quel momento sa di non avere o crede di non avere. Esiste una relazione di reciprocità fra le offerte dei culti e le esigenze dell’affiliando. Al momento dell’ingresso, però, il nuovo adepto si rende conto degli elementi cognitivi dissonanti o consonanti, per quanto minimi possano apparire. Vi sono alcuni gruppi settari che esautorano la famiglia di origine di ogni potere o di qualsiasi valenza
affettiva. Il giovane si rende conto di tutto ciò ma in quel momento l’offerta non gli appare dissonante ma consonante al suo rifiuto dello stile familiare, dei conflitti fra i genitori, al suo desiderio di fuga. I culti che propongono un mondo migliore fatto di uguaglianza, di aiuto reciproco apparirebbero sì dissonanti con il resto della società ma molto consonanti con una motivazione di rinnovamento che
potrebbe spingere l’affiliando nelle loro fila. L’offerta cultuale chiliarista non apparirà dissonante ad un soggetto che attende la fine di un mondo inutile e distruttivo dell’essere umano. I culti satanici non appariranno dissonanti se propongono il raggiungimento del potere e della ricchezza in un contesto sociale in cui questo binomio è la regola e nemmeno dissonante con il patrimonio cognitivo dell’affiliato se il suo obiettivo di vita sono gli stessi del culto. Un culto che propone il potere della mente e fornirebbe gli strumenti per ottenerlo sia sulla propria e che sull’altrui mente, potrebbe apparire dissonante ma in questo caso intervengono altri fattori di consonanza che faciliterebbero l’affiliazione. Si verrebbe a creare la stessa situazione della signora e della crema e cioè essa è costosa ma ha il potere di ringiovanire la pelle. Così sarà anche per tutti gli altri gruppi cultuali a vario titolo e con modificazioni parcellari
Viene da porsi, allora, la domanda come mai il giovane non avverte le dissonanze o quanto potenti sono le consonanze? Bisogna tornare sulla relazione di attinenza e consonanza del patrimonio cognitivo. Un giovane che vive in un contesto sociale in cui in effetti alcuni valori sono stati sostituiti da altri, ad esempio la rilevanza attribuita al denaro come oggetto di scambio e non più come mezzo per vivere, l’importanza attribuita al potere come mezzo per ottenere ogni cosa e non più come strumento che regola solo le funzioni sociali, il sesso completamente avulso da qualunque tipo di relazione umana e quindi merce di scambio ed altre aree che sono evidenti a tutti, non avvertirà mai la dissonanza, anzi potrebbe solo avvertire la consonanza fra il suo patrimonio conoscitivo attuale e le proposte cultuali. Una volta entrato nel culto l’adepto potrebbe rendersi conto che quello promesso non sia poi così raggiungibile o che anche nel culto può ritrovare gli stessi conflitti da cui voleva fuggire. A questo punto subentra la dissonanza cognitiva ed il giovane agisce comportamenti tendenti alla critica o alla fuoriuscita con disagio psichico dovuto alla dissonanza. Il gruppo, ovviamente, non accetterà
questa decisione né il disagio psichico per cui metterà in opera comportamenti di pressione per ridurre la dissonanza e aumentare la consonanza. Non sono rari i casi in cui all’adepto viene pianificata in prima battuta una carriera all’interno del gruppo e se ciò non riduce la dissonanza si procede all’emarginazione fino all’espulsione con maledizione e ritorsioni per il giovane e la famiglia. Un adepto sottoposto a questo trattamento di conflitto, di dissonanza e di pressione psichica protratti alla fine potrebbe perdere la piena capacità di critica e di giudizio e per evitare questo baratro preferisce accettare quanto proposto cambiando se stesso con un patrimonio conoscitivo consonante al gruppo. Un culto chiliarista annuncia la fine del mondo per una certa data per l’intervento di angeli e tutti si
preparano a ciò e fanno donazioni consistenti di denaro ad alcuni enti finanziari perché dopo la fine del mondo il denaro non servirà più. Arrivato il giorno designato il mondo non finisce e ovviamente subentra una dissonanza cognitiva fra quello conosciuto e l’attuale conoscenza e qualcuno si domanderà il perché e chiederà la restituzione del denaro. Il capo carismatico teorizza che l’illuminazione ed il messaggio inviato dagli angeli non era stato chiaro per un disegno che sfugge alla debolezza umana e che quindi bisogna aspettare con fede un ulteriore messaggio. Le donazioni fatte saranno messe in conto nel giudizio finale e serviranno come carta di credito per l’ingresso nel mondo nuovo che attendono. Tutta la teorizzazione è appoggiata da ripetizione costante dell’enunciato con preghiere continuative. L’adepto non chiederà più l’uscita e non si sentirà nemmeno tradito perché una volontà superiore ha procrastinato la fine del mondo ed il suo denaro sarà impegnato in una giusta causa proprio per lui stesso. Una lettura di questo comportamento, alla luce della teoria della dissonanza procede per alcune tappe. L’adepto inizialmente avverte la dissonanza fra quello predicato e quello accaduto. Successivamente la pressione del Maestro elimina la dissonanza con il disagio psichico e subentra la consonanza ai nuovi insegnamenti e si risolve il disagio. In questa fase la capacità critica dell’affiliato non è inficiata per quell’argomento e per quel contesto.
Se i familiari intervengono per l’esborso di denaro agiscono sul congiunto una pressione che dovrebbe ridurre la consonanza e riportare la dissonanza con i valori del culto. A questo punto sul giovane si instaura una guerra fra due opposti filoni con l’alternarsi di dissonanze e consonanze cognitive e la capacità di critica potrebbe essere inficiata per il contesto culturale pregresso all’affiliazione.
Se, come abbiamo detto, il cambiamento degli elementi cognitivi è sottoposto a pressioni: quanto potere ha la famiglia per indurre una pressione che a sua volta predispone al cambiamento? Quanto potere avrebbe la società per tutelare un soggetto in questi circostanze?
Non è agevole dare una risposta a questi interrogativi per vari motivi: l’inviolabilità della persona, per quanto i genitori possano essere addolorati, irati, per un figlio maggiorenne è doveroso il rispetto della sua libera scelta, l’attuale normativa prevede alcune leggi che rispettano la libertà individuale. Attualmente i culti emergenti sono più visibili, è più chiara la prassi associativa ed il contesto sociale è
più attento. Un possibile ed auspicabile metodo di difesa sarebbe quello di mettere in atto una prevenzione da parte delle famiglie, del sistema educativo e dalla società in generale. Questa’ipotesi è perseguibile se gli attori suddetti entrano nell’ottica del propr0o
cambiamento. Se un giovane conduce una vita senza conflitti profondi e devastanti, se la società in cui vive non ha
falsi dei, perché dovrebbe avvicinarsi a culti che gli offrono speranze improbabili?
Bibliografia
Bertalanfy Von, Teoria generale dei sistemi, Mondadori, Cles (TN), 2004.
Festinger L., Teoria della dissonanza cognitiva, Franco Angeli Ed., Milano, 1997.
Flora G., Il plagio tra realtà e negazione: la problematica penalistica. Atti del congresso: La persuasione socialmente
accettata, il plagio e il lavaggio al cervello. Forte dei Marmi 1-2 settembre 1989.
Gulotta G.,Santi G., Dal conflitto al consenso, Giuffrè, Milano, 1988.
Jasper, Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico, Roma, 1965.
Haley J., Cambiare gli individui, Astrolabio, Roma, 1987.
Milton H., Erichson E. et al., Tecniche di suggestione ipnotica, Astrolabio, Roma, 1976.
Thom R., Parabole e catastrofi, a cura di Giorello G., Morini S., Il Saggiatore, Milano, 1980.
Watzlawick P., Pisano I., Beavin J.H., Jacson D.D., Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio,
Roma, 1971.

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Pettinicchi M.C, Psichiatra, Criminologo clinico con indirizzo psichiatrico- forense. Psicoterapeuta della famiglia.
Esperto dei macrosistemi organizzativi. Direttore Scientifico della Scuola di Perfezionamento Triennale in Scienze
criminologiche e Metodologie Investigative Camera di Commercio di Londra-Ciels, Padova. Professore di
Criminologia e Criminalità Internazionale- Scuola Superiore per Mediatori Linguistici Centro Universitario Pentagono-
Padova

Fonte: http://favisonlus.wordpress.com/2012/11/28/dissonanza-cognitiva-e-affiliazione-settaria

Il bambino nell’ambiente settario: contributo per un modello di intervento dell’Autorità pubblica

Le nostre società sono preoccupate dal settarismo e chiedono un’attenzione speciale per i bambini. Lo stato garantisce libertà personale e protezione dei suoi cittadini. Per questo motivo il suo ruolo è decisivo per la prevenzione e l’intervento sul maltrattamento infantile (negligenza e abuso psicologico). Ma parlare di “setta” significa emettere già un giudizio.

 

Di conseguenza sarebbe un errore supporre a priori che il bambino riceva un’educazione inadeguata perché i suoi genitori aderiscono a questo o quel movimento, o perché rivelano comportamenti, atteggiamenti e progetti educativi socialmente atipici o strani. Valutata da un diverso punto di vista, la condotta socio-educativa socialmente integrata potrebbe essere vista come scevra da qualsiasi pratica settaria ed ogni accenno a influenza indebita potrebbe essere giudicato immaginario. Sembra pertanto saggio rivolgersi agli operatori sociali, agli specialisti e a coloro i quali sono vicini al bambino a rischio di negligenza e abuso psicologico.

Gilbert Klein (2005) ha spiegato l’approccio esitante dei magistrati francesi con l’ignoranza della realtà settaria. Ciò si applica parimenti ai campi socio-educativi o socio-sanitari. Le situazioni di negligenza o maltrattamento nel contesto settario sono drammatiche e complesse. Tuttavia non sono molto frequenti e i professionisti del settore non acquisiscono esperienza. Inoltre la letteratura disponibile affronta raramente le pratiche educative e le possibili disfunzioni relative a questo contesto (Perlado, 2002).

Un primo approccio potrebbe incoraggiare la formazione alle problematiche settarie di alcuni operatori sociali esperti. Tuttavia, l’esistenza quasi clandestina di tali gruppi, molto usi alla discrezione e anche al mimetismo nei confronti delle autorità, richiederebbe piuttosto la creazione di una rete efficace su tutto il territorio, la quale favorirebbe un pronto intervento. In effetti, una delle difficoltà che gli operatori sociali si trovano ad affrontare è il riconoscimento delle caratteristiche di tale contesto, e la comprensione degli atteggiamenti delle vittime o dei loro rapporti stretti con chi Maes (2001) ha descritto come co-vittime con caratteristiche specifiche. Già conosciamo le difficoltà di una valutazione socio-educativa nelle famiglie e l’efficacia del mimetismo creato dall’influenza indebita. [Nel contesto settario] tutto questo viene moltiplicato. In un gruppo con caratteristiche settarie, dove l’influenza è istituzionalizzata (Maes, 2001) è consigliabile evitare, fin dall’inizio dell’intervento, gli errori metodologici che non individuerebbero le situazioni o che, paradossalmente, le complicherebbero. L’operatore sociale che non ha individuato il problema non metterà in discussione l’esperto designato allo scopo.

 

La risposta professionale è teoricamente semplice ed eticamente corretta: applicazione della legge (Circolare DGAS 2000).

Ma aderire a un movimento settario non è un reato. L’operatore sociale non deve spiegare o giustificare il suo intervento in base all’appartenenza a una comunità, ma in base alla natura delle attività (Michel, 1997): deficienze, negligenza educativa e maltrattamento. All’operatore sociale non viene richiesto di valutare o misurare standard filosofici, siano essi di una minoranza o atipici, ma quando essi mettono a rischio la salute, la sicurezza, la moralità o l’educazione dei minori (articolo 375 del codice Civile).

Pertanto spetta al professionista dimostrare fattivamente e con una metodologia irreprensibile basata su una valutazione socio-educativa, il rischio, la negligenza e i pericoli che il bambino si trova ad affrontare. In quale grado il rifiuto a lasciare che il bambino partecipi a festività sociali (compleanni, Giorno della Mamma…) diventa un’inibizione alla sua socialità? È pregiudizievole mandare in India un bambino di 6 anni per un anno intero, senza [che nel periodo] abbia contatti con i genitori?

La Suprema Corte di Appello, in un caso, valutò che in base a valutazione socio-educative il bambino non presentava deficienze mentali o fisiche, che non aveva espresso opposizione al cambiamento e che rientrava nelle libertà dei genitori desiderare di trasmettergli gli insegnamenti della scuola e che, [dopo avere assunto] informazioni, non si rilevavano evidenze che essi avessero seriamente compromesso la sua salute, la sua sicurezza o la sua educazione (Appello N. 01-82591, Vuillot, 17/10/2001).

Tuttavia, sul campo, il turbamento generato da questo contesto destabilizzante a volte provoca angoscia e un tipo di paralisi di pensiero ed azione al punto che il professionista ha l’impressione di una perdita di competenza, conoscenza e normali pratiche professionali.

Similmente, al fine di essere significativo ed efficiente, l’operatore sociale deve imparare ad evitare la doppia trappola del contesto religioso che lo coinvolgerà in un dibattito sterile e illegittimo, distraendosi dall’oggetto della sua azione (intervento sociale) e dalla posta in gioco (abuso o negligenza). Dovrà studiare accuratamente le valutazioni socio-educative in contesti marginali e inesplorati (Escurat-Grassac, 2000), e non dovrà soltanto apprendere come posizionarsi in riferimento a standard che variano nel corso del tempo e secondo culture diverse, ma anche rispetto ad altre norme educative e ad altri modi di considerare il ruolo parentale con il rischio di stime erronee davanti a marginalità sociali e culturali sconosciute (Girodet, 1993; Belsky, 1993).

Infine sarà costretto a studiare la sua stessa implicazione. Il contesto settario porta certamente violenza per il bambino, ma mette anche pressione sui professionisti, il che può soltanto condurre a blocchi.

Radigois (2008) ha isolato quattro tipi diversi di atteggiamento degli operatori sociali in difficoltà e rischi di fallimento quando si intraprende questo tipo di intervento sociale. I problemi vengono risolti con mezzi metodologici e istituzionali (DGAS, 2000; Métivier, 1988; Radigois, 2008). L’operatore sociale esperto interverrà a sostegno dell’operatore sociale come risorsa, ma anche come guida davanti al senso di minaccia e violenza che percepisce o suppone. Da quel momento in poi, nella prevenzione e nell’assunzione di responsabilità di bambini in contesto settario, sarà consigliabile utilizzare la competenza e l’ampia rete di operatori sociali di tutto il territorio, offrendo loro formazione accurata incentrata sul lavoro sociale e non semplicemente fornendo informazioni semplici sul fenomeno settario. In ogni dipartimento, un operatore sociale (sociale, educativo…) sarà quindi pronto a soddisfare una missione professionale esperta assieme ai suoi colleghi e alle istituzioni.

 

Riferimenti:

Belsky, J. (1993). Etiology of Child Maltreatment: A Developmental-Ecological Analysi. American Psychological Association , 114 (3), pp. 413-434.

Circulaire DGAS/SD1 N° 2000-501 du 3 octobre 2000 relative aux dérives sectaires. Dans Bulletin officiel. Paris: Ministère de l’Emploi et de la Solidarité.

Escurat-Grassac, I. (2000). Interculturalité et travail social dans le cadre de la protection de l’enfance. Clermont-Ferrand: EPSI.

Girodet, D. (1993). Eléments cliniques et démarche diagnostique. Dans P. Strauss, & M. Manciaux, L’enfant maltraité (pp. 165-204). Paris: Fleurus.

Klein, G. (2005). Les sectes et l’ordre public. Thèse en Droit public, Université de Bourgogne. Besançon: Presse Universitaire de Franche-Comté.

Maes, J.-C. (2000a). Dépendance et co-dépendance à une secte. Thérapie familiale , XXI, Médecine et Hygiène (2), pp. 111-127.

Métivier, J. (1988). Guide d’Intervention, Intervenir en application de la loi sur la protection de la jeunesse en contexte sectaire. Centre de services sociaux de l’Estrie.

Michel, J. (1997). Le droit face aux « sectes ». Rapport remis en avril 1997 au Ministère du travail et des affaires sociales, CERIEP, Lyon.

Perlado, M. (2002). Sobre la funcion terapeutica en el asesoriamiento a familas con padres adeptos a un “grupo-secta”. Sectes. Prévention des enfants et des adolescents. Barcelona: FECRIS.

Radigois, J.-Y. (2008). Quand le travailleur social intervient dans un contexte à caractère sectaire. Dans Revue de criminologie. Montréal: Université de Montréal (soumis à publication).

 

 

Jean-Yves Radigois

Fino a tempi recenti Direttore di “Action sociale” della città di Pontivy (Morbihan)

Tesi di Laurea alla Facoltà di Educazione, University di Sherbrooke (Québec)

E al Institut de Psychologie et Sociologie Appliquées (IPSA), U C O (Angers) ) 

Utili idioti e libertarismo di facciata

 

La notizia è grave. Pare che la nostra cultura liberale e democratica sia a rischio. C’è da perdere la tranquillità, perché, a sentire voci ben informate, ad essere  ormai minate irrimediabilmente sarebbero le stesse fondamenta della democrazia, cioè la libertà di pensiero e di culto. La funesta novella ci viene da gruppi di varia spiritualità e di terapie alternative. Sono loro i paladini, l’ultima trincea contro il dilagare del totalitarismo razionalista e del potere costituito dei culti maggioritari. Buffo, però. Infatti, le libertà rivendicate dai movimenti che i loro maligni avversari non esitano a definire “sette” sono proprio l’apporto fondante e l’eredità principale di quel razionalismo illuminista che in genere essi aborrono come un dogma totalitario. Quanto alla libertà di pensiero, di espressione o d’azione garantita al proprio interno, non sono pochi coloro i quali nutrono dubbi e perplessità sulle garanzie offerte da questi gruppi. Non a caso, la questione nasce proprio dal fatto che molti fra questi aggregati vengono riconosciuti come “gruppi coercitivi” e “culti distruttivi” dai movimenti “anti-sette”. Questi ultimi, nella loro funzione di individuazione e censura di abusi e coercizioni che ritengono perpetrati da alcuni di questi gruppi, sono stigmatizzati da qualcuno come la “setta degli anti-sette”. La questione fu posta con magnifica sintesi da uno dei giganti del pensiero liberale, Gaetano Salvemini. Il grande filosofo pugliese notava che “Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale”1. Un paradigma, questo, la cui assoluta rispondenza al vero non lascia spazio alla discussione, e non solo quando i chierici sono quelli delle religioni ufficiali, anzi, perfino quando questi non sono neppure intesi nel tradizionale senso religioso. L’etichetta “clericale”, infatti, può estendersi a racchiudere tutti i convinti portatori di verità di fede. Che si intende, invece, per “principio liberale”? Si intende quel fondamento delle democrazie occidentali che definisce la cornice entro cui si svolge la vita sociale nella modernità. Libertá, tolleranza, eguaglianza ne sono i precetti fondanti. Questa la “societá aperta” come ce l’ha descritta Popper. La  “laicitá” che dovrebbe caratterizzare le moderne democrazie é dunque quella disposizione culturale che si declina tramite le libertá di pensiero e di culto, quelle giustamente rivendicate dagli odierni gruppi spirituali minoritari. Infatti, una società realmente aperta tollera delle piccole società chiuse al suo interno. Vero discrimine fra il tollerante e il dogmatico é, in definitiva, il seguente: il “laico” vive  le proprie concezioni politiche, religiose o morali in modo intimo, il dogmatico, ritenendo di possedere una Veritá unica e insindacabile, non si accontenta di coltivare la propria superioritá morale o intellettuale, ma tende alla missione salvifica nei confronti del resto del mondo. In definitiva, il coercitivo decide per sé e anche per gli altri, il liberale e il libertario solo per sé stesso. Il ruolo del “clericale” può essere, allora, giocato tanto dal potere costituito quanto da gruppi minoritari. Pertanto, se i gruppi di varia spiritualità fossero perseguiti in quanto le loro credenze, i loro usi e costumi, le loro idee politiche,  estetiche  o quant’altro non fossero ritenute ortodosse da un potere che si pretende depositario del Giusto, avrebbero piena ragione a lamentare il non rispetto del principio della libertà personale e di associazione. Coercitivo sarebbe lo stato, la religione dominante, la psicoterapia accademica, ecc. , perché intende agire in nome di una verità da imporsi. Ma così non è. Fatto è che, giocando su una simile lettura, gli esponenti di tali gruppi hanno deciso di salire su un carro non sempre a loro congeniale, quello dei difensori dei diritti civili, guadagnando una agguerrita scorta di difensori e qualche cavalier servente. Questa opera di strumentalizzazione, mirata a fare di degnissime associazioni e partiti il cavallo di Troia atto a veicolare rivendicazioni di dignità e la cassa di risonanza per paradossali proclami libertari pro domo propria, può avvenire solo grazie a un misto di fumo ideologico e totale ignoranza dei fatti. Fumo e ignoranza non equamente distribuiti, essendo il primo sollevato soprattutto dai rappresentati dei culti, mentre la seconda è qualità inconsapevolmente posseduta soprattutto da alcuni volenterosi difensori di questa laicità pret-à-porter. Ignoranza di cosa? Di una quantità di cose che tende all’infinito. Limitiamoci a quelle più salienti. Si ignora, per esempio, che da alcuni studiosi è stata proposta la distinzione fra movimenti “contro le sette” e movimenti “anti sette”. Nelle parole di uno degli eminenti studiosi a cui si deve tale suddivisione, linguisticamente insensata, ma ormai invalsa nel gergo “tecnico”,

(…) i movimenti contro le sette sono composti quasi esclusivamente di cristiani (…) [mentre] Nei movimenti anti-sette figurano spesso, in posizione preminente, professionisti della psichiatria e del diritto senza affiliazione religiosa o anche francamente laicisti.2

Questa, dunque, la differenza in termini di costituzione, da cui discende una più importante differenza culturale ed operativa. Continua, infatti, l’eminente studioso:

I criteri soggettivi non sono pertanto decisivi per distinguere fra movimenti anti-sette e contro le sette, e occorre far ricorso a criteri oggettivi. La caratteristica principale — e lo slogan più ripetuto — dei movimenti anti-sette è che si occupano soltanto di comportamenti, di deeds, e non di credenze, di creeds. Purché il comportamento dei gruppi religiosi non sia “socialmente nocivo”, i movimenti anti-sette proclamano la loro tolleranza nei confronti di qualunque opinione teologica.

E’ bene rileggere l’ultimo rigo: Purché il comportamento dei gruppi religiosi non sia “socialmente nocivo”, i movimenti anti-sette proclamano la loro tolleranza nei confronti di qualunque opinione teologica. Lo dice lui.Se ne deduce che ad essere oggetto delle attenzioni di questi movimenti non sono i culti o i gruppi di terapia alternativi in quanto tali (creeds), ma solo quelli nocivi (deeds). Vediamo cosa ci dice, invece, l’autore a proposito dei movimenti “contro le sette”:

I movimenti contro le sette su questi punti hanno una posizione diametralmente opposta: rifiutano di distinguere fra deeds e creeds, sostenendo che la falsa credenza — l’eresia — viola la legge di Dio e si trova comunque alle radici del comportamento discutibile, che talora viola la legge degli uomini.

Ciò chiarito, non dovrebbe neppure essere il caso di chiedersi con gli esponenti di quale di questi modi di intendere il contrasto alle sette i laici e i difensori dei diritti civili potrebbero sentirsi più a disagio. Invece, causa il fumo e l’ignoranza, ci tocca domandarcelo. Infatti, abbiamo ora la ventura di assistere ad uno spettacolo realmente insano, quello di sinceri libertari che, non solo corrono in difesa di culti che potrebbero essere illiberali e nocivi, ma lo fanno schierandosi accanto ai fautori più noti dei movimenti confessionali “contro le sette”. Questi studiosi cristiani che, per loro ammissione stabiliscono cosa sia una setta o meno su basi esclusivamente teologica, sono, infatti, anch’essi balzati sul carro laicista e libertario per difendere i gruppi di spiritualità dall’attacco dei biechi “anti sette”. Promiscuità culturale, confusione mentale, contorsione logica. Anche questo sembrano ignorare i nostri templari della laicità. E’ chiaro che per arrivare ad esser spettatori di una simile mostruosa chimera sia necessario l’accecante fumo ideologico e che, per alzare tale fumo, la questione debba essere posta nei termini di una minaccia alla libertà di culto e di espressione che i movimenti “anti sette” non intendono minimamente mettere in discussione. Un vero specchietto per le allodole. Si potrà poi discutere sul concetto di “nocività sociale” o sulla scientificità di quello di “manipolazione mentale” (a cui i gruppi “contro le sette” negano dignità di esistenza) ma non si può ignorare che esistono anche gruppi coercitivi, congreghe che commettono reati e sfruttano i loro adepti, per cui non si può pregiudizialmente bollare come attacchi alla libertà religiosa ogni censura. Se ne dovrebbe essere consapevoli, ma, lo abbiamo detto, questa è una storia in cui ignoranza e inconsapevolezza giocano un ruolo centrale. Particolarmente grave, per esempio, è non considerare l’elementare definizione di uno dei pilastri del pensiero libertario, Lysander Spooner, sulla differenza fra vizi e crimini. Scrisse l’avvocato abolizionista:

I vizi sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia se stesso o i suoi averi.

I crimini sono quelle azioni con le quali un uomo danneggia la persona o gli averi di un altro3.

Da laico, potrò anche pensare che chi aderisce a pratiche che non condivido possa star danneggiando se stesso e limitando la propria libertà, ma il suo comportamento sarà equiparabile, per estensione, al “vizio” di cui parla Spooner (“I vizi sono semplicemente gli errori che un uomo commette nella ricerca della propria felicità. A differenza dei crimini, essi non implicano malvagità nei confronti degli altri né alcuna interferenza con la loro persona o i loro averi.”). Mi guarderò bene dall’intervenire con foga missionaria per portarlo su una supposta retta via. Il libertario rispetta le scelte personali. Se, invece, sospetto che un individuo patisce per volere di altri, sento di dover agire per evitare il perpetrarsi e il perpetuarsi di un crimine. Ecco il senso di “deeds not creeds”. La definizione del limite oltre il quale una scelta non è più “libera” è sicuramente il punto dolente della discussione, ma ciò non toglie che non si debba mai prescindere da questa differenziazione. Confondere vizi e crimini è cosa che i culti maggioritari tendono a fare, pretendendo talvolta la perseguibilità dei “vizi” – come avviene nelle teocrazie islamiche – ma ignorare i crimini e considerarli alla stregua di vizi, latu sensu, cioè di semplici originalità di comportamento dotate di diritto d’espressione e a cui si debba una difesa pregiudiziale, è un errore mortale proprio per la società democratica e liberale.

Dr. Luigi Corvaglia

 

 

1 da Memorie di un fuoriuscito, a cura di Gaetano Arfè, Feltrinelli, Milano 1960

 

2 Introvigne, M., Il movimento “anti-sette” laico e il movimento “contro le sette” religioso: strani compagni di viaggio o futuri nemici?, Cristianità, n. 217 (1993) http://www.alleanzacattolica.org/indici/dichiarazioni/introvignem217.htm

 

3 Spooner, L., I vizi non sono crimini, Liberilibri, Macerata, 1998, p.3

 

Scientology/David Miscavige/Int Base and People’s Temple/Jim Jones/Jonestown–Comparison

Arrestato il “Profeta”, per abuso su minori

Jailed Polygamist Leader Warren Jeffs Issues Hundreds of Orders From Prison

By MURIEL PEARSON and JOSEPH DIAZ
Nov. 21, 2012

Six years after Warren Jeffs was first arrested and later sentenced to life in prison for sexually assaulting children, it’s almost as though the fundamentalist leader, whom the faithful call their “prophet,” never left Colorado City.

Jeffs’ followers, who live in the desert town nestled on the border between Arizona and Utah, are a radical splinter group of the mainstream Mormon church who call themselves the Fundamentalist Church of Jesus Christ of Latter Day Saints.

Watch the full story on “20/20: Breaking Polygamy” Friday at 10 p.m. ET

“Anybody who thinks that Warren Jeffs’ incarceration ended his rule in this community has no idea what they’re talking about. He is in many ways more powerful because now he’s martyred,” said reporter Mike Watkiss, who has covered the community of 8,000 people for 25 years.

A raid in 2008 on the group’s Yearning for Zion compound in Eldorado, Texas, brought the FLDS community into the national spotlight. Authorities found a polygamous community and pregnant child brides. Pictures of women in pastel prairie clothes with tightly braided hairstyles and stories of the controlling, male-dominated environment offered the world a glimpse into the lives of the reclusive group.

“The prophet literally tells people where they will live, whom they will marry,” Watkiss said. “Warren buys the allegiance of these men because they can’t get into heaven without him, because he needs to give them three wives. That’s the only way you’re going to get to heaven.”

Despite the fact Jeffs spends his days in a Texas prison, his followers in Colorado City have not left him.

His presence is felt in homes, offices, on computers and even cell phones in Colorado City.

“We miss our prophet, Warren Jeffs,” said Dr. Maryam Holm, the town’s primary health care provider. “We know he is innocent and we all yearn for his deliverance, to be able to see him again.”

PHOTOS: FLDS Then and Now

A year-long investigation by ABC News’ “20/20” revealed that Jeffs’ presence extends far beyond his prison walls and into the daily lives of his faithful followers. It started when he ordered followers to destroy all of their children’s toys.

“At home you couldn’t have any toys. You couldn’t ride bikes either. ‘Cause he gave away all our bikes. I didn’t even get a chance to ride mine before I gave it away,” said 6-year-old Nellie Steed, who left the sect after her mother was banished by Jeffs.

The FLDS leader has such a tight grip on the day-to-day lives of the faithful that he has even banned corn and dairy products, said Jeffs’ former bodyguard, Willie Jessop, who compared the power his former boss still exerts to notorious cult leaders David Koresh and Jim Jones.

Earlier this year, Jeffs forbade intimacy between husbands and wives and selected 15 men to father all future FLDS children.

“If a woman wants to have a baby or whatever, she has to go to one of those 15 men. But then she has to have two other men with the one of the 15 men in the room to witness,” Willie Steed, 19, told ABC News’ Amy Robach.

Steed, who is Nellie’s older brother, broke free from the FLDS church in February. Jeffs first banished his father for no reason, and then his mother, Suzette Steed, who refused to leave without her children. Willie agreed to guide “20/20” through the strange and clandestine world.

Following every move were the “God Squad,” Jeffs’ secret police tasked with keeping an eye on the media.

“They know where we are and they just follow us,” Steed said.

In the desert sits a newly-built multi-million dollar home, the product of another one of Jeffs’ prison edicts.

“They said if we build it then it would melt the bars or whatever in his jail and he would be released,” Steed said.

But Jeffs’ influence extends far beyond the daily lives of his followers.

When ABC News visited city hall and the police department, officials declined to answer any questions about Jeffs.

This year, the Department of Justice filed a lawsuit against town officials, accusing them of acting as an arm of the FLDS.

In response, the Mohave County Sheriff’s Office has stepped up patrols in Colorado City, but it’s proven to be a challenge to police a town that views law enforcement as religious persecution.

“They won’t talk to you because of who you are and who you represent,” said Sgt. Mike Hoggard of the Mohave County Sheriff’s Office. “It’s troubling.”

It was this tyranny of control that caused Willie Steed to question the values of the FLDS when he made the decision to leave.

“The church can just totally kill a family. In just the matter of three days, two days, an hour. And they can break the spirit of their people,” he said. “And as you’ve seen coming out to this place … they have nothing left, they have no hope, and they can see no future.”

Watch the full story on “20/20: Breaking Polygamy” Friday at 10 p.m. ET

Fonte: http://abcnews.go.com/US/jailed-polygamist-leader-warren-jeffs-issues-hundreds-orders/story?id=17770090#.UK3an0gzeBt

Psicologia e culti distruttivi

The Diagnosis and Assessment of Dissociative Identity Disorder

The Diagnosis and Assessment of Dissociative Identity Disorder

Neil Brick MA Ed. Author e-mail : smartnews@aol.com

Copyright 2003 – All rights reserved. No reproduction of any material without written permission from the author.

This paper will describe the methods and criteria used for diagnosing and assessing Dissociative Identity Disorder (DID). The symptoms and etiology of DID will be discussed. The use of client histories, different psychological tests and the test results of different test items will be discussed in terms of their applicability to a diagnosis, as well as their validity and reliability.

Differential diagnoses and their effect on the diagnosis of DID will be enumerated upon. The dissociative spectrum and ritual abuse will be discussed briefly, in order to help clarify the symptomology and etiology of DID.

Dissociative Identity Disorder is listed in the DSM-IV-TR under Dissociative Disorders. It is characterized by the presence of at least two distinct personality states or identities that repeatedly take control of a patient’s behavior. This is accompanied by the inability to recall important personal information, which is too extensive to be explained by normal forgetfulness. The disorder is characterized by identity fragmentation and not a proliferation of separate personalities. The diagnostic criteria for DID (300.14) are, two distinct identities or personality states, these states take recurrent control of the patient’s behavior, an inability to recall personal information too great to be accounted for by normal forgetfulness and the disorder is not due to the physiological effects of a substance or a general medical condition. In children, symptoms cannot be attributable to fantasy play or imaginary playmates. (Diagnostic and statistical manual of mental disorders, 2000)

Putnam writes about Multiple Personality Disorder (MPD), now called DID, and the way therapists can determine its diagnosis. He defines it as a chronic dissociative condition, not transient like psychogenic amnesia and fugues. A thorough history can help determine if a patient has had dissociative experiences. But other diagnostic interventions may be necessary. It may be difficult to get a clear chronology of life events. The host personality, which usually presents for treatment, may have the least access to early biographical information. MPD patients may describe their lack of memory as the result of having a poor memory. MPD patients may have developed compensatory behaviors to help them answer or avoid questions when they have memory gaps. Useful inquiries may include asking question about time loss or fugue-like experiences, depersonalization and derealization experiences (though these symptoms may be present in other disorders), questions about common life experiences, like being called a liar, large gaps in the continuousness of childhood memories, the occurrence of intrusive mental images, having dreamlike memories and having life skills that have unknown source, and questions about Schneiderian Primary Symptoms for schizophrenia, like hearing voices or feeling as if their body is controlled by an external force. (Putnam, 1989)

Manifestations of MPD may be displayed during interview interactions with patients. Two ways of detecting personality switching with patients are to notice the physical signs, which include facial and vocal changes. The second is to be alert for intrainterview amnesia, due to an alter personality’s emergence, admitting to and then denying symptoms. Other signs include a patient’s making references to themselves in the third person or the first person plural and an exaggerated startle reflex. (Putnam, 1989)

A diagnosis of MPD is more likely to be made after an extended period of observation. Diagnostic procedures include a mental status examination for appearance, speech, motor and thought processes, hallucinations, intellectual functioning, judgment and insight. Extended interviews for three hours may help, as it is difficult for MPD patients to keep from switching that long during the stress of an interview. The MMPI questions relating to blank spells and lack of knowledge of past actions show fairly high retest validity. The Rorschach test has a lot of diversified movement responses and labile and conflicting color responses. Physical examinations can help rule out other neurological disorders causing amnesia and may help detect self-mutilation scars. A diagnosis of MPD can only be made once a clinician has met a distinct alter state and not a transient ego-state phenomena. (Putnam, 1989)

It may be helpful to look at the spectrum of dissociation to further describe the observed symptomology of DID. Whitfield describes dissociation on a spectrum from healthy dissociation, like healthy trance states or defending against a painful experience to unhealthy dissociation, like PTSD, Dissociative Disorders and DID. Dissociation may be considered a useful survival defense mechanism. But once a patient leaves the abusive situations (as in a child leaving an abusive home), these dissociative symptoms may not be particularly useful. (Whitfield, 1995)

An understanding of the possible causal factors of DID may help with developing a diagnosis. Ross suggests four pathways that might lead to DID’s emergence. These include child abuse, child neglect, factitious and iatrogenic. Ross believes that some cases of DID occur as a result of incompetent and misguided treatments for other types of disorders, like bipolar, post-traumatic stress or other mixed syndromes containing dissociative elements. (Carson, Butcher & Mineka, 2000) Whitfield cites a Scheflin and Brown study that found in 30 malpractice lawsuits filed by retractors against former therapists for implanted false memories or DID, most had the diagnosis of DID and/or had recovered memories before the sued therapist had seen them. (Whitfield, 2001) Brown, Frischholz and Scheflin state that there is insufficient data to meet the minimal standard of scientific evidence that DID can be caused by suggestive influences in therapy. They believe that alter creation in some cases has been confused with alter shaping. (Brown, Frischholz & Scheflin, 1999) There is no convincing evidence of a genetic contribution to DID. Evidence is growing that DID is largely a kind of post-traumatic stress disorder. The reported percentages of child abuse (sexual or physical) in five DID patient studies run between 60 and 90%. (Carson, Butcher & Mineka, 2000)

The psychological testing of MPD patients was done by Erikson and Rapaport in the 1940′s. They both analyzed the Rorschach responses of two patients and found the test results reflecting tendencies toward introversion, “compulsive-obsessional” and intellectualization personality characteristics. Lovitt and Lefkof describe the use of Exner’s Comprehensive System to analyze the structural features for three MPD patients’ Rorschach responses. All the major personalities fluctuated in the way they responded to the inkblots. Single case studies of MPD patients using the Minnesota Multiphasic Personality Inventory (MMPI) show a wide variety of diagnostic configurations. Invalid profiles of MPD patients may result from extremely high scores on the F scale (validity), which measures a tendency to exaggerate problems and elevated scores on the Sc scale, which measures social alienation, bizarre feelings, isolation, thoughts of external influence, feelings of inadequacy, and peculiar bodily dysfunction. (Mangen, 1992)

The Dissociative Experiences Scale (DES) was used by Putnam and Bernstein to measure dissociation in normal and clinical populations. The test was found to have good split-half and test-retest reliability and it displayed construct and criterion-related validity. The Perception Alteration Scale (PAS) was drawn from items on the MMPI. Sander’s factor analysis of the scale showed three factors (modification of affect, control and cognition) accounted for almost half of the variance. The Questionnaire of Experiences of Dissociation (QED) was described by Riley as having good reliability and validity. Armstrong and Lowenstein discuss an approach to psychological testing that tries to follow “state” changes. MPD patients display patterns different from schizophrenic and borderline patients. These patients tended to present with more complicated defense structures than van der Kolk’s sample of war trauma veterans. (Mangen, 1992)

The first questionnaire used to screen for dissociative disorders was the General Amnesia Profile (GAP) developed by Wilbur and Caul in 1978. Several GAP-type items are included on the Dissociative Experiences Scale (DES). The DES inquires about dissociative experiences and symptoms, with subjects marking a line representing between 0% and 100% of the time. Two other structured diagnostic tests are the Structured Clinical Interview for DSM-IV disorders-Revised (SCID-D-R, created by Steinberg) and the Dissociative Disorders Interview Scale (DDIS, created by Ross). Studies have cross-validated the DDIS and the original SCID-D with the DES. The DDIS had 131 items covering dissociative disorders, major depression, somatization and BPD. Many items simply restate DSM criteria using a yes-no format. The SCID-D-R has 250 items and assesses five areas, amnesia, depersonalization, derealization, identity confusion and identity alteration. The severity of symptoms is graded on a 4-point scale. (Putnam, 1997)

Mangen used a battery of tests for the psychological evaluation of ritual abuse victims in satanic cult settings. Most of these patients were diagnosed with MPD. This battery includes the Weschler Adult Intelligence Scale – Revised (WAIS-R), the Rorschach Inkblot Test, a story telling test like the Thematic Apperception Test (TAT) a human figure drawing test, the Animal Choice Test and other brief projective tests. Testers should be open to the possibility that cult abuse exists, should be familiar with the symbols and customs of this kind of abuse and should know how testing effects the patient and should be aware of countertransference issues. The WAIS-R may show inconsistencies in performance. Certain tasks, such as repeating things in backward order, may be troublesome to some patients due to the similarity of this test to Satanic rituals. Rorschach card descriptions may entail memories of abusive rituals. An MPD patient’s TAT responses may entail memories of rituals or issues around a lack of trust of others. (Mangen, 1992)

Putnam suggests a phenomenological approach to pediatric dissociative disorders. This entails the study of symptoms and behaviors on their own and not from a theoretical point of view. Hornstein and Putnam examined 64 children having either MPD or DDNOS. The average child had received 1.4 to 4.0 diagnoses before the DD diagnosis. Symptoms include anxiety, affective, depression, affective lability, self-blame, withdrawal/hopelessness and low self-esteem. Serious suicidal ideation was present in more than half of the children. Almost half of those diagnosed MPD had made a suicide attempt and self-mutilation was common. Two-thirds of the children had conduct problems. Sexual behavior problems occurred in about half of the patients. Posttraumatic symptoms were present in three-quarters of the cases. Trance-like states occurred in almost all cases. Differential diagnosis of pathological dissociation in children includes ADHD, Conduct disorder, Rapid-cycling bipolar disorder, schizophrenia and other psychotic disorders, seizure disorder and Borderline personality disorder. (Putnam, 1997)

Information gathering for childhood dissociation should include getting all pertinent records and interviewing caretakers. A clinician should look for parenting difficulties, parental psychopathology and deficits in the ability to care for the child. Teachers can be good sources of information. Children should be interviewed with caretakers first to watch for clues during their interactions. Self-evaluative interview levels of validity depend on the age of the child. Signs of dissociative symptoms in children during an interview may be manifest in strong behavioral changes, blank stares, unresponsiveness, or continuous repetitive movements. Play or projective techniques and physical examinations may also provide partial useful information toward a diagnosis. (Putnam, 1997)

Diagnostic tests for pathological dissociation in youths include the Child Dissociative Checklist (CDC). It has twenty questions, each with a three-point scale. Scores more than 12 warrant additional evaluation. The CDC is a reliable and valid instrument. The Adolescent Dissociative Experiences Scale (A-DES) is a self-report scale that has 30 items with a 0-10 scale. It is a reliable and valid measure of pathological dissociation in adolescents. The Bellevue Diagnostic Interview for Children (BDID-C) uses television analogies to inquire about dissociative experiences (like switching). The BDID-C inquires about awareness, memory, hallucinations, imaginative experiences, aggression and temper, alterations in abilities, sexual experiences, identity disturbances and medical complaints. (Putnam, 1997)

Separate identities or alters can be co-conscious, where each alter can keep track of the other alters’ activities or amnestic or there can be combinations of these. Usually, DID is not easily detectable by other people. The popularized version of DID patients leading different lives represents only a small percentage of patients. Not all DID patients are alike. Frequent misdiagnosis of DID includes identifying secondary symptoms, like depression, physical ailments, chemical dependency and eating disorders, as the primary problem. Symptoms of unintegrated trauma are closely similar to and can be confused with certain personality or mental disorders. Common misdiagnoses include borderline personality, anxiety disorder, paranoid schizophrenic, attention deficit disorder, psychosis and clinical depression. These conditions may be present but are often secondary symptoms. Therapists need to learn the signs of unintegrated trauma or DID patients may be misdiagnosed or undiagnosed. A study has shown it takes an average of seven years to properly diagnose DID patients. The best indicator of a possible misdiagnosis is a patient’s unresponsiveness to treatment. Some believe that undiagnosed and misdiagnosed DID patients may end up in prisons or mental institutions. (Oksana, 2001)

Estimates in the mid 1980′s suggest that about twenty percent of patients with MPD may also be cult abuse victims. (Mangen, 1992) Noblitt discusses a proposed diagnosis in DSM format of Cult and Ritual Trauma Disorder, whose diagnostic features include disturbing or intrusive recollections of abuse and involuntary dissociated states, due to ritual abuse. Dissociation of identity is a feature of this disorder and DID or DDNOS are frequently concurrently diagnosed. (Noblitt and Perskin, 2000) A clinician may want to evaluate a client for a diagnosis of DID or DDNOS when the patient has a history of repeated, severe abuse.

Oksana divides the symptoms of the aftereffects of sadistic/ritual abuse into two categories. The first, enabling dissociation, describes how a survivor avoids, distracts from and medicates their pain. The remaining categories describe how one’s body and mind might be trying to reconnect or associate (as opposed to dissociate) with repressed experiences. The possible signs of enabling dissociation include the use of addictions to distract or medicate oneself, following diversions such as keeping very busy, focusing on others’ pain instead of your own, spacing out, using alters to escape or becoming a zealot to avoid getting in touch with oneself. Dissociated behaviors may include, having been an extremely obedient child, unusual changes in vision, handwriting, performance or concentration, fear of losing control or leaving things to chance, taking controlled thrills, fear of self expression of one’s creativity, always smiling or feeling it is dangerous to show sadness or disappointment and problems with sexuality. Dissociated emotions and cognitions might include, detachment during crises, fear of spontaneous emotion, thinking instead of feeling, inability to stay with a feeling, an inappropriate level of responses, living in constant fear, feeling abnormal levels of guilt and shame, feeling uncontrollable levels of anger and feeling one doesn’t belong. Possible signs of dissociation include being confused or disorientated in certain situations, changing subjects abruptly, feeling one’s body size changes, feeling unreal or in someone else’s story, hearing voices arguing in your head and dissociating in a crisis. (Oksana, 2001)

While making a diagnosis, it is also important to distinguish a disorder from other disorders that may have similar symptoms. DID should be distinguished from symptoms that are caused by the physiological effects of a medical condition (Axis III disorders). DID should be distinguished from dissociative symptoms caused by complex partial seizures, but both disorders may co-occur. Seizure episodes may last 30 seconds to five minutes and don’t have the enduring structures of identity usually found in DID. Symptoms caused by the physiological effects of a substance must also be distinguished from DID. The diagnosis of DID takes precedence over other dissociative disorders. The differential diagnosis between DID and other mental disorders (like psychotic disorders) is made difficult by overlapping symptoms. A dissociated identity state may be mistaken for a delusion, inter alter communication may be mistaken for auditory hallucinations, or shifts between identity states may be confused with bipolar cyclical mood fluctuations. The factors that may support a diagnosis of DID in these cases may include sudden shifts in identity states, reversible amnesia and high scores on tests of dissociation and hypnotizability. DID must also be distinguished from Malingering, where there may be forensic or financial gain and Factitious disorder, where there may be a pattern of help-seeking behavior. (Diagnostic and statistical manual of mental disorders, 2000)

Dissociative disorder not otherwise specified (DDNOS) is included in the DSM-IV-TR as a category for disorders where a predominant feature is a dissociative symptom, but the symptoms do not meet the criteria for the previously mentioned dissociative disorders. DDNOS presentations may be similar to DID but do not meet the total criteria for DID. These include presentations where there are not two or more personality states or where the amnesia of important personal information doesn’t occur. Other DDNOS features may include, in adults, derealization not accompanied by depersonalization, dissociation due to intense coercive persuasion (like brainwashing), dissociative trance disorder, loss of consciousness not due to a medical condition and Ganser syndrome (giving approximate answers to questions). (Diagnostic and statistical manual of mental disorders, 2000)

In conclusion, Dissociative Identity Disorder has clear guidelines for diagnosis, but yet it takes an average of seven years before a primary diagnosis of DID is given. It takes several diagnoses before a DD is given to children. Some of the factors involved in the delay of diagnosis or misdiagnosis include client compensatory techniques to cover for the symptoms of DID, and the mistaken diagnosis of secondary symptoms, instead of the primary diagnosis of DID. It may be helpful for clinicians to take a thorough history of each client, carefully building a time line of life events to look for major gaps, as well as watching for any dissociative symptoms that may present during the client interview. A history of repeated, severe abuse may suggest the existence of a dissociative disorder. Therefore in these cases, it may be best for clinicians to watch closely for dissociative symptoms and give clients the necessary aforementioned tests to ensure a proper diagnosis. Once given, a proper diagnosis can help a client’s prognosis and treatment.

References

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Fonte: ritualabuse

18 Novembre 1978 – Suicidio di Massa a Jonestown

Quello del 18 Novembre 1978 a Jonestown, nella piccola Repubblica sud americana di Guyana, fu il più grande suicidio di massa che la storia ricordi. 912 cittadini statunitensi, adepti della congregazione del Tempio del Popolo, morirono dopo aver bevuto cianuro, cosi come fu loro ordinato dal capo della congregazione Jim Jones.

Jones aveva fondato il Tempio del Popolo nel 1955 nell’Indiana. Spostatosi a San Francisco predicava una sorta di socialismo apostolico che incitava gli adepti a vivere in comuni ed a fare proselitismo tra le classi più povere. Jones non era uno dei tanti predicatori presenti negli Stati Uniti. Godeva, infatti, di ampio prestigio e considerazione tanto da ricoprire, nel 1976, il ruolo di Assessore ai Domicili Pubblici di San Francisco nella giunta del sindaco George Moscone.

Da tempo, però, Jones mostrava segni di squilibrio. Affermava di poter compiere miracoli e di essere la reincarnazione di Cristo e di Lenin (sic!). Inoltre, le voci su presunti abusi sessuali e sui metodi repressivi usati nei confronti dei membri della congregazione si moltiplicarono.

Fu a quel punto che Jones, dopo aver raggiunto un accordo con il governo di Guyana per la concessione di alcune terre, decise di trasferire il Tempio del Popolo nel piccolo stato sud americano dove, nel 1977 più di mille persone, diedero vita a Jonestown, una comune isolata dal mondo esterno e, secondo quanto affermato dallo stesso Jones, al sicuro da un possibile olocausto nucleare.

Nel 1978, tuttavia, diversi familiari di adepti cominciarono a denunciare il fatto che i loro cari fossero trattenuti a Jonestown conto la loro volontà. Il 17 Novembre, una delegazione statunitense guidata dal Deputato Leon Ryan, si recò a Jonestown per verificare cosa accadesse realmente all’interno della comunità. Al momento della partenza il servizio di sicurezza della congregazione sparò sulla delegazione uccidendo oltre allo stesso Ryan altri cinque membri delle delegazione. Era il punto di non ritorno.

Jones convocò un’assemblea generale dove ordinò il suicidio di massa per “la gloria del socialismo”. Dopo aver assistito al rituale Jones si tolse la vita con un colpo di pistola. Attorno a lui altri 911 cadaveri.

 

Fonte: Oggi nella Storia

November 18, 1978: Never again!

By MARTY MORRIS
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A view of Jonestown from the air. File/AP

Thirty-four years ago, November 18, 1978, America learned that a California congressman – Leo Ryan – and four others were murdered as they tried to board a plane on a remote airstrip in a South American country called Guyana. The news filtered down that the killers were members of an organization known as The Peoples Temple, located in Guyana. Soon, the country was horrified to learn that, after the airstrip murders, more than 900 men, women, and children allegedly committed mass suicide, along with their leader – a man by the innocuous name of Jim Jones.

Americans watched in disbelief as the story developed. Jim Jones had developed a large following of people, largely African Americans, in Indianapolis, and later in Redwood, California. The Temple followers constituted a “gathering,” many surrendering their government paychecks to the church in a communistic sharing, and following the orders of their leader, the dark, handsome, charismatic Jones. Jones was praised for his charitable and social endeavors, and courted by liberal politicians who were dying to be photographed with him. Rosalynn Carter was among those whose smiling face can be seen in an archival photo next to the man in sunglasses. (Rosalynn apparently had a poor sixth sense about what constituted a good photo-op; she was once photographed with Democratic supporter John Wayne Gacy. Both are smiling.)

What happened? We now know that the horror that transpired in the jungle following the murder of Ryan and members of his entourage was not a mass suicide. Some may have lined up to “drink the Kool Aid” (yes, Jonestown was the source of that now-familiar expression); but among those who died were 200 children, and these were injected with the cyanide. Many adults who did not willingly submit were injected as well, their escape blocked by men with rifles. Jones wanted his “revolutionary statement” to be something of a consensus, even if he had to force it on his followers. Jones died of a single gunshot wound to the head, probably self-inflicted.

The more important questions are, why did it happen, and how could it happen? This has been the subject of many articles, documentaries, and almost seventy books ever since the tragedy. How could decent, caring, God-fearing human beings allow themselves to surrender their lives into the hands of another human being? What altruistic or religious instincts made it possible for them to walk willingly into arms of a megalomaniac?

Could something like this happen again?

Among the many books written about Jonestown, some of the best that I have read include Raven: The Untold Story of the Rev. Jim Jones and His People, by Tim Reiterman (Tarcher; First Edition, 2008; 688 pages). This is no ivory tower treatment. Reiterman, who was an AP correspondent traveling with Ryan’s entourage, was wounded during the Port Kaituma attack that killed Ryan and four others.

There are several books written by survivors, or people who managed to escape from Jonestown before the tragedy unfolded. My favorite by far is Seductive Poison: A Jonestown Survivor’s Story of Life and Death in the People’s Temple, by Deborah Layton (Anchor, 1999; 368 pages). Deborah’s brother, Larry Layton, left Jonestown with Ryan posing as a defector. He boarded the plane, and once the tractor arrived hauling the assassins, he opened fire. He was subdued, and later was the only Jonestown shooter to be convicted.

An affidavit of Deborah Layton’s came to the attention of Rep. Leo Ryan (D-CA) and helped put him on the path to Guyana. Image: AP

Deborah, unlike her brother, knew things were totally screwed up in Jonestown and managed to escape several months before the murders. She had been a trusted insider who managed the Temple’s money. She had been raped by Jones, and came to understand that the man was slowly devouring every soul that came under his spell.

Deborah’s story is made more tragic because just about her whole family fell under the spell cast by James Warren Jones. The story of the Layton family’s involvement with Peoples Temple was beautifully told by Min S. Yee in In My Father’s House: The Story of the Layton Family and the Reverend Jim Jones (New York: Holt, Reinhart, and Winston, 1981). This book isn’t widely available (I found it at the local library); but it is the best I have read because it conveys the high price a madman can exact from good and decent people. Her mother died in Jonestown shortly before the massacre, and Deborah lost two sisters-in-law and her two-year old nephew in the jungle. Her brother Larry was released from prison in 2002 (to this day he protests his innocence). Deborah doesn’t have many of her once-large family left. Today, she lives in the Bay area along with her daughter.

I came to know Layton somewhat, through phone conversations and email correspondence, after reading this book (read my 2002 review on Amazon.com). A gifted writer, she writes of her escape in such a way as to create suspense – even though you know that she got out, you are praying that she will make it!

The fascination with Jonestown hasn’t abated, and the recent declassification of government files has added much to the story for writers like Julia Scheeres, whose book A Thousand Lives appeared just last year (Free Press, 2011; 320 pages). This I haven’t read, but it is on my short list.

There are documentaries about Jonestown available as well. The best that I have seen is Jonestown: Life and Death of the Peoples Temple, which was done for PBS and American Experience in recent years. Deborah Layton is among those interviewed. Warning: This is intense. I showed it to my World Religions class a few semesters ago; one or two students had to leave the room.

When the 900 plus human beings were discovered in the jungles of Guyana shortly after they were murdered, the body of Jones was found on the stage of the pavilion under a sign that read: “Those who cannot remember the past are condemned to repeat it.”

On November 28, we remember 900 human beings, most of them decent people in search of a better life, one filled with meaning, who fell victim to a man who knew how to manipulate those needs. This is something we must remember, so as never to allow it happen again.

Copyright Isaac Morris 2012

 

Fonte: sJ.rcom